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La questione della legittimità dell'intervento in Iraq

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2 riferimento, si sono approfonditi nella fase post-bipolare, nella quale la pretesa di far rientrare, come in una sorta di quadratura del cerchio, fenomeni politici sempre più chiaramente extra-statuali entro categorie e pratiche che hanno regolato i rapporti internazionali per più di tre secoli, diventate ormai “troppe strette”, è divenuta lampante. Persino le istituzioni internazionali sono state costrette a fuoriuscire dal rispetto di quel diritto, stabilendo la liceità dell’ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano e la possibilità di penetrarne i confini con operazioni “umanitarie” nel caso di violazione di massa dei diritti umani, considerata come un pericolo per l’umanità intera e introducendo così principi universalistici in netto e distruttivo contrasto con il particolarismo statuale moderno. Una fuoriuscita che ha molto della pretesa rilegittimante di una struttura che, in quanto dominata dalle maggiori potenze, rimane orientata al mantenimento dello status quo internazionale con ogni mezzo, ma che è gravida di effetti perversi per lo stesso sistema interstatuale moderno e per l’efficacia del controllo “di polizia” internazionale all’interno del sistema. Nelle analisi degli esperti americani questa condizione e questa necessità traspaiono da diversi anni. I pericoli derivanti dalla turbolenza internazionale, la natura delle minacce non tradizionali, soprattutto contro i flussi delle risorse energetiche, il terrorismo in quanto forma irregolare di guerra per antonomasia, richiedono strumenti nuovi, in grado di regolare con la forza situazioni di grave frammentazione all’interno di Paesi periferici del mondo, seppur tale forza venga supportata dalla dottrina (già elaborata nei primi anni Novanta) “dell’ingerenza umanitaria”. Le motivazioni tradizionali che imponevano o consentivano alle potenze di intervenire militarmente appaiono superate nel contesto della frammentazione internazionale contemporanea: questo accade perché le guerre fra Stati, intese come conflitti fra eguali, diventano sempre meno presenti ed effettuali, mentre si impongono interventi motivati o dal diritto alla legittima difesa (ma contro attori sfuggenti e non –statuali o contro attori statuali – i rogue States – presi a pretesto per avere di fronte un nemico chiramente individuabile) o dall’ingerenza necessaria per la turbolenza “interna” ad attori, che minacciano la “stabilità” della convivenza internazionale. In questo quadro appare evidente a cosa si riducano i principi cardine del diritto internazionale: quello plurisecolare di non ingerenza, il rispetto della sovranità degli Stati, l’inviolabilità dei loro confini, la netta distinzione fra inside e outside, la non sottoponibilità di uno Stato alla giurisdizione di un altro ( immunità giurisdizionale), l’intangibilità diplomatica dei rappresentanti ufficiali degli Stati stessi. Paradossalmente questo avviene per garantire la sopravvivenza del sistema delle relazioni internazionali post-westfaliane moderne, la loro prevedibilità, la pace e la sicurezza, la cooperazione internazionale: una sopravvivenza che invece proprio da questi mutamenti appare come declinante e al tramonto, a causa dell’obsolescenza stessa dei principi sovranisti sui quali si basa e che fondano l’intero impianto del diritto internazionale. Sebbene inizialmente questo scavalcamento del diritto internazionale sia stato motivato proprio da una controrisposta alla violazione del diritto internazionale stesso e della Carta dell’Onu da parte di uno dei rogue States
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La questione della legittimità dell'intervento in Iraq

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Informazioni tesi

  Autore: Ruggiero Dibitonto
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Marina Castellaneta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 104

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