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"Break bitter furies of complexity": self e anti-self nel teatro di W. B. Yeats

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6 Simulatore, contraffattore, mediatore di stilemi del Decadentismo francese, scrittore, drammaturgo, romanziere, novelliere, conferenziere, Wilde ha dominato forse più in qualità di “personaggio” che per i propri reali meriti artistici. Eppure, al di là delle semplici constatazioni relative alla sua lungimirante capacità di gestire la propria immagine 6 , è innegabile che abbia offerto un ingente contributo alla cultura inglese dei secoli XIX e XX. Recitare il ruolo del cinico dandy, incauto sterminatore dei difetti e delle meschinità dei suoi simili, giocare a profanare i mausolei della rispettabilità del vivere sociale, e, principalmente, corrodere, con il potere dissacrante del riso, ogni parvenza di autorità, sono di certo tra le azioni che gli riuscirono meglio. Una delle maschere che Wilde pone sul proprio volto con maggiore insistenza è quella del fool, del matto, del buffone e del bambino che dimostra che il “re è nudo”. Anzi, nel caso in cui il sovrano sia realmente svestito, egli è subito pronto a gridarlo ai quattro venti, gioendo della possibilità di essere testimone di un tale momento di fallacia umana. E se Bachtin 7 ha attribuito proprio al matto e al bambino la missione di demistificare l’aura di invulnerabilità del mondo eroico, dando luogo al sovvertimento dei costumi tipico del contesto carnascialesco, priapeo e gioiosamente sboccato, perché stupirsi di fronte a certi personaggi wildiani? Non è mero sadismo, quello di Wilde, ma, piuttosto, impietosa lucidità nei riguardi della miseria appiccicata al mucchietto d’ossa che costituisce l’essere umano. Nell’ambito di questo capitolo si cercherà di mettere in luce parte delle sue riflessioni e delle sue concrete realizzazioni che hanno la maschera per protagonista. Parlare di maschera riferendosi a Wilde è, a conti fatti, un’astrazione, poiché essa non risulta investita di uno stesso e costante significato ma, piuttosto, assolve a più d’una funzione peculiare, a seconda (anche) del luogo in cui essa è impiegata. A livello astratto e teorico, Wilde elabora una epistemologia che presenta più di un punto di contatto con quella, di certo molto più articolata e sistematica, pur nella sua intricata esposizione, di Yeats. Anche per 6 Interessante sottolineare che i suoi Poems, forse fin troppo debitori nei confronti di Wordsworth, Keats, Arnold, Shelley, Tennyson e Swinburne, andarono a ruba al punto da giustificarne cinque edizioni nell’arco di pochi mesi. E poiché, come sostiene anche D’Amico, «le cinque edizioni [...] si dovettero anch’esse senza dubbio alla notorietà che l’esordiente autore aveva saputo conquistarsi» (M. D’AMICO, Oscar Wilde. Il critico e le sue maschere, cit., p. 15), mi pare si possa istituire un parallelismo con la sorprendentemente rosea situazione editoriale della prima raccolta di poesie del giovane D’Annunzio, la quale fu resa più “appetibile” dalla diceria (concertata ad hoc) che voleva il promettente scrittore caduto da cavallo e in pericolo di vita proprio poco dopo aver dato l’imprimatur ai suoi versi. 7 Si rinvia all’intervento di Bachtin dal titolo Epos e romanzo, in G. LUKÁCS, M. BACHTIN, Problemi di teoria del romanzo. Metodologia letteraria e dialettica storica, a cura di V. Strada, Torino, Einaudi, 1976, alle pp. 181-221. Ciò che in questa sede a Bachtin preme illustrare è che spesso basta una risata a far sgretolare muri e impalcature all’apparenza inespugnabili.

Anteprima della Tesi di Marialuigia Sipione

Anteprima della tesi: "Break bitter furies of complexity": self e anti-self nel teatro di W. B. Yeats, Pagina 6

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Lettere

Autore: Marialuigia Sipione Contatta »

Composta da 174 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1953 click dal 06/09/2006.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.