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Welfare Re-Mix considerazioni a sostegno di un dialogo possibile tra bene comune e razionalità limitate

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8 - il progressivo irrigidimento delle capacità di azione dei servizi pubblici sempre più connotati dalle disfunzioni tipiche delle strutture burocratiche molto sviluppate (lentezza operativa, inerzia decisionale, burocratizzazione delle procedure…); - la riduzione della spesa pubblica che ha richiesto l’attivazione di una pluralità di risposte alla contrazione delle risorse (accesso a diversi finanziamenti pubblici e filantropici, partecipazione volontaristica, flessibilità della forza lavoro….); - la complessificazione della struttura dei bisogni che si definiscono in forma ormai quasi biografica su fattori multivariabili ed eterogenei tali da chiedere prestazioni sempre più individualizzate; - il deficit di radicamento democratico dello stato sociale che si è assunto per decenni la delega in toto di ogni tipo di intervento sociale in nome dell’universalismo e del centralismo dell’amministrazione pubblica, generando assistenzialismo in luogo di politiche sociali. L’apertura al terzo settore ha dunque preso vigore in nome di valori e competenze che ad esso erano, almeno inizialmente, riconosciute: - flessibilità gestionale, legata a minori vincoli contrattuali, a maggior flessibilità normativa e maggior capacità di mobilitare e valorizzare le motivazioni e le competenze (non sempre certificate) delle persone; - centralità della persona nella gestione degli interventi motivata da quadri di riferimento etici e valoriali. A tali dimensioni solidaristiche afferisce anche la capacità di intercettare bisogni scoperti e generare risposte innovative, anche ricorrendo a risorse molteplici non esclusivamente pubbliche (volontariato, patrimoni propri, liberalità…); - capacità di coinvolgere attivamente persone ed organizzazioni nei processi di attivazione e gestione degli interventi, creando più stabili legami con la comunità ed assicurando al sistema welfaristico l’ancoraggio democratico di fondo (Fazzi 1998). Si è così aperta, in un modo che solo oggi si mostra in tutta la sua evidenza come strumentale, la fase dell’esternalizzazione dei servizi, segnando il mutato rapporto tra ente locale e terzo settore che negli ultimi venti anni è passato da una sostanziale indifferenza politica, che rispecchiava la complementarietà delle funzioni e degli ambiti, ad un’accesa dialettica ormai quasi mercantile. Su queste premesse il concetto di welfare mix è semplice ed intuitivo: indica una situazione in cui la produzione di servizi e politiche sociali e di interesse collettivo è garantita da una pluralità di soggetti istituzionali (pubblica amministrazione, organizzazioni no profit e imprese for profit), con ruoli parzialmente sovrapposti e in parte diversi dove, di norma, la pubblica amministrazione svolge il compito principale, ma non necessariamente esclusivo, di regolatore e finanziatore, e le imprese e le organizzazioni private svolgono soprattutto quello di produttori. Il terzo settore è individuato come un attore delle politiche di welfare che concorre in pari grado con le istituzioni pubbliche e le imprese for profit alla gestione e alla realizzazione dei servizi richiesti dalla cittadinanza. E’ evidente come ciò che è in gioco non sia una riduzione, ma un cambiamento nella visione funzionale dello Stato. Questi, da ente
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Informazioni tesi

  Autore: Francesca Paini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Politecnico di Milano
  Facoltà: Pianificazione del Territorio
  Corso: Master in Social Planning
  Relatore: Franca Olivetti Manoukian
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 73

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Parole chiave

co-costruzione
ente locale
legge 328/00
mercati sociali
partecipazione
politiche sociali
social planning
terzo settore
uffici di piano
welfare
welfare enti locali

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