Terrorismo al femminile: Cecenia e Palestina a confronto

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3 Nel mondo dell’Islam il vocabolo che indica quanti si immolano per testimoniare la propria fede politica-religiosa è “shahid” 1 (pl. shuhada ), parola che non può essere disgiunta dall’espressione jihad. 2 Il fenomeno del martirio non può essere letto a prescindere dalle chiare connessioni con una sorta di fanatismo religioso, che affonda le sue radici nella tradizione musulmana e ad essa si riconduce per trovare giustificazioni e beneplaciti. Gli attentatori suicidi e le organizzazioni terroristiche odierne, infatti, si rifanno spesso, anche se indebitamente, al Corano per trovare la spiegazione delle loro azioni e per legittimare il suicidio in termini di atto di fede, altrimenti non ammesso nella religione. I ruoli oggi assunti dalle donne, fino a poco tempo fa appartenevano esclusivamente all’universo maschile: andare in guerra, torturare, uccidere, suicidarsi. Nel caso delle donne “martiri” l’utilizzare la donna suicida sembra sottolineare, rovesciandola, l’eguaglianza fra uomo e donna, come se quell’uguaglianza non potesse realizzarsi se non nell’assassinio e nella morte, come se l’unica possibilità data alla donna di essere uguale all’uomo fosse collegata al sangue, sangue della vita e sangue della morte. Il coinvolgimento delle donne, da sempre relegate dalla tradizione musulmana alla sfera domestica in qualità di angeli del focolare, ha suscitato un enorme stupore mediatico e tuttavia un senso di sconforto e non accettazione da parte di molte organizzazioni terroristiche che, invece, andando a volte controcorrente, hanno cercato all’interno del Corano delle fatwa 3 contrarie alla presenza femminile sul “campo di battaglia”. Ad esempio, due movimenti, Hamas e il Jihad islamico, hanno all’inizio reputato assolutamente impropria la presenza di donne all’interno di dimostrazioni violente, sottolineando come esse debbano rimanere legate al loro ruolo tradizionale di mogli, madri e donne di casa. Al contrario, il leader palestinese Yasser Arafat, nel discorso del 27 gennaio del 2002, ha invocato la presenza di donne a sostegno della causa palestinese. Come ricorda Barbara Victor “Women and man are equal” He proclaimed with his hands raised above 1 Shahid: la parola proviene dalla radice s h d; nella sua prima forma ha il significato di “essere testimone di” (qualcosa); ma il termine può denotare tanto un teste o testimonio quanto un martire o un caduto per la fede. 2 Jihad: parola impropriamente tradotta con l’espressione guerra santa. 3 Fatwa: il termine fatwa rimanda al rapporto fra la non conoscenza e la conoscenza, alla ricerca di soluzioni attraverso la consultazione. Storicamente la fatwa rappresenta il responso di un giureconsulto in materia di legge religiosa (shari’a). L’ideologia del radicalismo islamico ha completamente trasformato la nozione di fatwa: spezzandone la dialettica originaria ne ha snaturato il significato, per attribuirle quello di “sentenza”, “sentenza definitiva” o “sentenza penale”.

Anteprima della Tesi di Claudia Dilonardo

Anteprima della tesi: Terrorismo al femminile: Cecenia e Palestina a confronto, Pagina 2

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere

Autore: Claudia Dilonardo Contatta »

Composta da 41 pagine.

 

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