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La politica comunitaria in materia di lavoro degli extracomunitari

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nel periodo transitorio e riduce a maggioranza qualificata la gravosità della deliberazione per l’adozione delle misure, che richiedevano l’unanimità nel periodo transitorio. Il Trattato di Nizza ha inteso conferire certezza al procedimento di adozione di misure nella cooperazione amministrativa tra Stati membri nelle materie disciplinate dal titolo IV, nonché nel lavoro di coordinamento della Commissione verso tali servizi. Ciò può rendere più agile la possibilità di trovare un accordo sulle misure di cooperazione im materia migratoria, snellendo di conseguenza tutto il processo di comunitarizzazione del diritto migratorio degli Stati. Le competenze della Corte di Giustizia risultano ridotte, in deroga alle disposizioni poste dal trattato CE in via generale poiché ai sensi dell’art. 68, il dovere di domandare alla Corte di pronunciarsi in via pregiudiziale sulle questioni sollevate in giudizio e concernenti l’interpretazione del titolo IV, oppure la validità o l’interpretazione delle norme da esso derivate, spetta alle sole giurisdizioni nazionali di ultima istanza. Tale riduzione mira ad evitare i ritardi dovuti al rinvio alla Corte di procedimenti nazionali, quali l’espulsione, che richiedono rapidità; per contro, la novità della materia, su cui non ci sono ancora pronunce della Corte, e la riserva all’ultimo grado di giudizio della facoltà di rinvio alla Corte, rischiano di mantenere per lungo tempo una difformità di interpretazione del diritto migratorio nei vari Stati membri dell’Unione. In compenso il Consiglio, la Commissione o uno Stato membro possono chiedere alla Corte di pronunciarsi sull’interpretazione del titolo IV o degli atti derivati; la decisione della Corte non si applica alle sentenze passate in giudicato degli organi giurisdizionali degli Stati membri. La dottrina ritiene sussista l’obbligo dei giudici nazionali di ultima istanza di proporre la questione pregiudiziale alla Corte così come avviene sulla base dell’art.234 del trattato. La norma dice che il giudice “domanda” alla Corte di pronunciarsi (mentre ai sensi dell’art.234 è tenuto) ma ciò non toglie l’esistenza di un obbligo; in secondo luogo la norma dice che la domanda è proposta dalla giurisdizione di ultima istanza “qualora reputi necessaria per emanare la sua sentenza una decisione”. Ciò implica un potere discrezionale di valutare se la necessità vi sia 64 ma una volta deciso a favore della necessità, il giudice ha l’obbligo di rivolgersi alla Corte di Giustizia. Sono sottratte alla competenza della Corte le misure “concorrenti” adottate dagli Stati in materia di mantenimento dell’ordine pubblico e salvaguardia della sicurezza interna nei controlli personali effettuati alle frontiere interne sui cittadini ed extracomunitari a norma dell’art. 61 par.1., delle quali i giudici nazionali valutano anche i profili di legittimità col trattato. Tuttavia l’art. 68 parla genericamente di misure o decisioni sulle quali la Corte non è competente a pronunciarsi, senza dire esattamente quali tipi di atti e, poiché lo stesso art.68 non è sottratto alla competenza interpretativa della Corte, il giudice nazionale dovrebbe rivolgersi alla Corte perché essa determini se l’atto in questione sia, oppure no, sottratto alla sua competenza. 64 G.Gaja, op. citata, pag.61; Corte di Giustizia, sentenza CILFIT sulla interpretazione art. 234 18
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La politica comunitaria in materia di lavoro degli extracomunitari

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Informazioni tesi

Autore: Giovanni Candeo
Tipo: Tesi di Laurea
Anno: 2003-04
Università: Università degli Studi di Padova
Facoltà: Giurisprudenza
Corso: Scienze dei Servizi Giuridici
Relatore: AdrianaTopo
Lingua: Italiano
Num. pagine: 176

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