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Il silenzio sulla pagina. Analisi delle affinità e degli interscambi fra due mezzi espressivi: il cinema e la scrittura

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6                                                                Il semiologo adduce poi altri argomenti alla sua tesi: il primo è che, semplicemente, il cinema non possiede un dizionario di “parole”, né le regole per organizzarle. Poi il cinema non ha segni iconici convenzionali che rimandano lo spettatore ad altre cose, le nostre lettere per intenderci. Ogni cosa nel cinema è un’entità a sé che rappresenta esattamente sé stessa. Tornando all’esempio dell’inquadratura del cavallo: è un cavallo. E basta. Non è un segno che rimanda a un altro significato. Infine dunque, e questo è l’ultimo punto di Metz, il cinema non è un mezzo comunicativo ma espressivo, perché visto che ogni cosa non rimanda, ma significa, le immagini non possono comunicare ma in quanto tali, in primo luogo esprimono. Il primo a confutare le tesi del semiologo fu Pierpaolo Pasolini nel saggio La lingua scritta della realtà 5 . Secondo lui il regista dispone eccome di monemi. Sono le inquadrature, che egli pesca dalla propria immaginazione e dalla propria memoria. Pasolini quindi ribatte a Metz dicendo che non è vero che l’unità minima di cui di cui dispone il regista è l’immagine stessa. Le immagini diventano monemi perché Pasolini introduce un altro elemento fondamentale, che hanno la funzione dei fonemi nella nostra lingua, cioè i cinèmi. «Naturalmente i cinèmi sono delle immagini primordiali, delle monadi visive inesistenti, o quasi, in realtà. L’immagine nasce dalla coordinazione dei cinèmi.» (Pasolini, 1965 : 191) I cinèmi sono gli oggetti che compongono l’inquadratura. Qualsiasi oggetto viene ripreso dalla macchina diventa cinèma che compone il monema “inquadratura”. Pasolini afferma: «Non posso dire che un inquadratura sia l’unità minima del mio discorso cinematografico : perché se io escludo o l’uno o l’altro degli oggetti reali dell’inquadratura, la cambio in quanto significante.» (Pasolini, 1966 : 202) Quindi la tesi su cui si basa l’opinione di Metz non sarebbe più valida se accettassimo l’esistenza dei cinèmi, la lingua cinematografica infatti acquisterebbe la doppia articolazione che secondo il semiologo francese le manca. Umberto Eco propone addirittura una tripla articolazione formata da segni che hanno un senso autonomo, figure che sono assimilabili a significanti e cinemorfi, cioè gesti complessi che si compiono nella successione delle immagini. L’esempio del cavaliere che propone Giacomo Manzoli nel suo Cinema e letteratura è quanto mai calzante: «lo spettatore tenderebbe a recepire detta persona come segno (“eroico cavaliere medioevale”, appunto) sommando una serie di figure, l’armatura, la spada, i capelli biondi, il cavallo bianco, che isolati dal contesto non significano nulla di preciso (un’armatura è un’armatura e basta)» 6 . Il gesto complesso potrebbe poi essere «l’uccisione del drago da parte del cavaliere», sempre citando Manzoli. Il fatto che i cavalieri uccidano i draghi è uno dei più vecchi stereotipi e questa azione, questo gesto, complesso perché si svolge in più fotogrammi, riempie di significato la figura del cavaliere. 5  La lingua scritta della realtà, in Pier Paolo Pasolini, Empirismo Eretico, 1972, Milano, Garzanti, 2000.  6  G. Manzoli, opera citata, pagg. 42‐43. 
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Il silenzio sulla pagina. Analisi delle affinità e degli interscambi fra due mezzi espressivi: il cinema e la scrittura

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Informazioni tesi

  Autore: Marco Bruschi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Informatica Umanistica
  Relatore: Francesco Varanini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 65

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