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L'adesione della Comunità europea alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo

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9 commerciale imposta dall’Alta Autorità ai Comptoirs della Ruhr invocando l’articolo 14 della Legge fondamentale tedesca relativa alle garanzie della proprietà privata. La Corte rifiutò di pronunciarsi in materia poiché Non spetta alla Corte, giudice della legalità delle decisioni prese dall’Alta Autorità […] assicurare il rispetto delle regole di diritto interno, anche costituzionali, in vigore nell’uno o nell’altro degli Stati membri; la Corte non può né interpretare né applicare l’articolo 14 della Legge fondamentale tedesca nell’esame della legalità di una decisione dell’Alta Autorità30. Questa risposta della Corte può spiegarsi innanzi tutto con il fatto che i giudici dell’epoca erano probabilmente d’accordo con i padri fondatori delle Comunità circa l’inutilità di un Bill of Rights in una comunità economica, percepita ancora come una semplice organizzazione internazionale, anche se sui generis. In secondo luogo, in assenza di una dottrina che enunciasse chiaramente il primato del diritto comunitario, i giudici temevano forse che la protezione dei diritti fondamentali diventasse il pretesto attraverso il quale gli atti comunitari e l’attività delle istituzioni sarebbero stati subordinati alle disposizioni costituzionali e legislative degli Stati membri31. La sentenza Costa/ENEL32 doveva modificare totalmente queste prospettive. Se è vero, infatti, come affermato dalla CGCE in questa sentenza, che il trattato CEE “ha istituito un proprio ordinamento giuridico” e che “il trasferimento, effettuato dagli Stati a favore dell’ordinamento giuridico comunitario, dei diritti e degli obblighi corrispondenti alle disposizioni del Trattato implica […] una limitazione definitiva dei loro diritti sovrani”, la necessità di una carta comunitaria dei diritti dell’uomo si impone. Nel momento in cui “il diritto nato dal Trattato“ non può “trovare un limite in qualsiasi provvedimento interno senza perdere il proprio carattere comunitario e senza che ne risult(i) scosso il fondamento giuridico della stessa Comunità”, i diritti fondamentali e i meccanismi di controllo esistenti negli Stati 30 CGCE, sentenza Comptoirs de vente de charbon de la Ruhr c. Alta Autorità, 15 luglio 1960, cause da 36 a 39 e 40/59, in Racc., p. 890. Può essere interessante leggere le conclusioni dell’avvocato generale Lagrange a questa sentenza, ibid., p. 910. Lagrange (definito non a torto “clairvoyant” da F. MANCINI e V.DI BUCCI, , in Le développement, op. cit., p. 36) aveva proposto alla Corte di colmare le lacune del diritto comunitario in materia di diritti fondamentali applicando la tecnica dei principi generali di diritto all’ambito dei diritti dell’uomo. Nelle sue conclusioni a questa sentenza, l’Avvocato generale aveva dichiarato che “non spetta alla Corte… applicare almeno direttamente (in corsivo nel testo), le regole di diritto interno, anche costituzionali…”, ma, aggiunge, “essa può… ispirarsene eventualmente per trarne l’espressione di un principio generale di diritto suscettibile di essere preso in considerazione per l’applicazione del trattato”. Sull’orientamento della Corte v. anche la sentenza Stork del 4 febbraio 1959, causa 1/58, in Racc. 1959, p. 43: anche qui la CGCE rifiuta di esaminare la validità degli atti comunitari rispetto ai diritti fondamentali protetti dalla legge tedesca, come sollecitato dai ricorrenti (i quali lamentavano la violazione da parte dell’Alta Autorità degli articoli 2 e 12 della Legge fondamentale tedesca riguardanti rispettivamente il libero sviluppo della personalità e la libertà professionale) e anche la conformità degli stessi atti comunitari rispetto ai principi generali comuni ai diritti degli Stati membri. 31 Così MANCINI, DI BUCCI, Le développement…, op. cit., p. 36. Anche G. COHEN JONATHAN, Les droits de l’homme dans l’Europe de demain, op. cit., p. 408, giudica la risposta della Corte nella sentenza Comptoirs de vente de charbon de la Ruhr abbastanza logica (è espressione delle concezioni più classiche del diritto internazionale), ma incompleta, perché nega all’individuo il diritto di invocare la sua costituzione senza però assicurargli una giusta protezione sul piano comunitario. Secondo l’Autore, il risultato è un vero “déni de justice”. P. PESCATORE, Les droits de l’homme, op. cit., p. 638, osserva che la Corte avrebbe almeno potuto mostrare la sua sollecitudine per il problema della violazione di un diritto fondamentale; la Corte avrebbe dovuto interrogarsi sull’esistenza, nel diritto comunitario, di una garanzia analoga a quella invocata, per arrivare in seguito a pronunciarsi se un diritto di carattere fondamentale fosse stato infranto. 32 CGCE, sentenza del 15 luglio 1964, Costa c. ENEL, cit..
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Informazioni tesi

  Autore: Maria Teresa Capula
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1997-98
  Università: Università degli Studi di Sassari
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Stefania Bariatti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 88

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