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I poteri istruttori delle commissioni tributarie alla luce della sentenza n. 109 del 29/03/2007 Corte Costituzionale

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6   posta in dubbio. E ciò, da un lato, valorizzando il dato letterale degli allora artt. 35 e 36 del d.P.R. 636 del 1972 e dell’attuale art. 7 del d.lgs. 546 del 1992; dall’altro, evidenziando l’assenza, nelle disposizioni appena citate, di un riferimento espresso alla dispositività in materia probatoria, analogo a quello viceversa (ed expressis verbis) contenuto nell’art. 115 c.p.c.. Partendo da tale constatazione e valorizzando gli artt. 35 e 36 del d.P.R. 636 del 1972 e l’art. 7 del d.lgs. 546 del 1992 in chiave di “deroga” generale (e prevalente) rispetto al principio regolativo della fase istruttoria del processo civile 8 , la dottrina ora richiamata riconosceva all’istruttoria processuale tributaria 9 una coloritura schiettamente inquisitoria. Come noto, l’art. 115 del codice di procedura civile, inserito nel titolo V (intitolato “Dei poteri del giudice”), formalizza il principio della disponibilità delle prove 10 . Tale norma rappresenta il classico “ago della bilancia” perché, letta in combinato disposto con gli artt. 1 e 7 del d.lgs. 546 del 1992, e a seconda della prevalenza assegnata all’una o all’altra disposizione, indirizza la dottrina tributaristica verso una connotazione in senso dispositivo o inquisitorio della fase istruttoria del processo tributario.                                                                                                                                                                                      generale) per un’interpretazione corretta dei termini in cui opera il generale rinvio alle norme del codice civile si rinvia a Fregni, Obbligazione tributaria e codice civile, 1998, Torino, 177 ss. 8 La prevalenza dell’inquisitorietà dei poteri ex art. 7 del d.lgs. 546 del 1992 rispetto alla dispositività prevista nell’art. 115 c.p.c. è in Russo, Problemi della prova nel processo tributario, in Rass. Trib., 2000, 375 ss.; Fantozzi, Diritto tributario, Torino, 1998, 559. 9 Tale contrapposizione emerge anche nella richiamata sentenza della Consulta (la n. 109 del 2007). Seppur con riferimento specifico al terzo comma dell’art. 7, d.lgs. 546/1992 la Corte argomenta che «[…] l’estrema vaghezza del dettato legislativo aveva favorito il formarsi di vari indirizzi giurisprudenziali, talvolta radicalmente divergenti se non contrapposti, a seconda che della norma fosse valorizzata la sua derivazione, pressoché testuale, dall’art. 36, comma 3, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 636 (revisione della disciplina del contenzioso tributario), ovvero fosse sottolineata l’esigenza del suo coordinamento, in generale, con le norme del codice di procedura civile (art. 1, comma 2, del D.lgs. 546 del 1992) e, in particolare, con il principio dell’allegazione dei fatti riservata alle parti (introdotto dal D.lgs. 546 del 1992, ed estraneo al D.P.R. 636 del 1972, come si desume dall’art. 35 d quest’ultimo)». 10 Tale norma prevede che «salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti».
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Informazioni tesi

Diritto Tributario
  Autore: Marco Manni
  Tipo: Tesi di Master
Master in
Anno: 2007
Docente/Relatore: Coli Fabio
Istituito da: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 32

FAQ

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Parole chiave

commissione tributaria
corte costituzionale
diritto tributario
istruttoria tributaria
poteri del giudice

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