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La liquidità nei modelli di asset pricing

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6 Pricing Theory (APT). Questo modello esprime il rendimento di un titolo azionario in funzione dei rendimenti di una serie di fattori di rischio (ad esempio legati a variabili macroeconomiche). La sensibilità del rendimento atteso rispetto a variazioni dei fattori economici è noto come factor loading ed è la controparte dell‟APT del coefficiente beta del CAPM. L‟APT si basa su tre semplici assunzioni: che i rendimenti azionari siano descritti da un modello fattoriale, che sia possibile costruire portafogli numerosi a piacere e che non esista la possibilità di arbitraggi privi di rischio. La semplicità delle assunzioni è compensata dall‟enorme difficoltà nel determinare sia quantitativamente che qualitativamente i fattori rilevanti. Negli anni ottanta si sono susseguite ulteriori verifiche empiriche che hanno evidenziato la non- validità da un punto di vista scientifico del CAPM, ma ciononostante questo modello risulta essere ancora oggi il più diffuso a causa della sua semplicità e dal fatto che la ricerca degli ultimi decenni pur riconoscendo i suoi limiti non è riuscita a fornire un modello alternativo idoneo ad un impiego di massa. Dal rifiuto del CAPM ne sono derivate due scuole di pensiero: la prima ritiene che i fallimenti del CAPM siano dovuti a una generale inefficienza del mercato, tale per cui la determinazione dei prezzi delle attività finanziarie rischiose non risponde se non parzialmente a criteri di logica economica, e per il resto è profondamente influenzata da comportamenti ricollegabili alla psicologia collettiva dei partecipanti al mercato che contraddicono ipotesi di razionalità economica (questo è il filone della Behavioural Finance); la seconda ritiene i fallimenti del CAPM dovuti ad un‟errata quantificazione del rischio. L‟errore del CAPM risulterebbe dovuto alla pretesa di ricollegare il rischio esclusivamente alla covarianza con il portafoglio di mercato; la violazione di tale previsione da un punto di vista fattuale può essere dovuta alla non conformità al reale di una o più stringenti assunzioni del modello. E‟ proprio questa seconda scuola di pensiero che negli anni ottanta è alla ricerca di altri fattori che possano influire sui rendimenti dei titoli azionari. Nel 1977 Basu ha identificato il rapporto Price-Earnings come un possibile indicatore delle performance future, notando come le imprese con alto rapporto P-E ottenevano rendimenti inferiori rispetto al mercato, mentre quelle con rapporto P-E basso avevano rendimenti superiori. Nel 1981 Banz e Reinganum, analizzando i dati per il periodo 1936-75, mostrarono che le imprese a bassa capitalizzazione sul mercato americano presentavano rendimenti in media più alti rispetto a quelli previsti dal CAPM. Sembra pertanto esistere una nuova variabile, oltre al beta, costituita dalla dimensione aziendale, in grado di spiegare i rendimenti dei titoli. Nel 1980 Stattman riscontrò una correlazione positiva tra i rendimenti dei titoli e il book-to-market value di una società. Infine Bhandari nel 1988 verificò una relazione positiva tra dei rendimenti con il rapporto di indebitamento delle imprese individuando un‟altra variabile esplicativa in grado di giustificare extra-rendimenti rispetto al CAPM. L‟evidenza suggeriva che questo “premio” per il rapporto d‟indebitamento non poteva semplicemente essere spiegato come premio per un maggior rischio.
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La liquidità nei modelli di asset pricing

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Informazioni tesi

  Autore: Nicola Scandolara
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Economia
  Corso: Scienze economico-aziendali
  Relatore: Alfonso Del Giudice
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 122

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Parole chiave

asset pricing
liquidità
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