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Leonardo Dudreville

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9 Bagutta. Dudreville autodefinisce la sua pittura “ fiamminga “ perché la vuole differenziare dal trionfalismo e dall’ottimismo del Novecento italiano. La sua opera si caratterizza per una carica intimistica e per una relazione oggettiva con la realtà naturale, senza abusare di schemi storicistici e di citazioni museali. Importante fonte di sostentamento in questi anni è il “ mensile “ dell’editore Meschina. Nel 1942 abbandona la città, come la maggior parte dei milanesi. Si trasferisce a Ghiffa, sul Lago Maggiore, questo suo allontanamento dalla città ha anche un significato di sottolineatura del distacco dall’ambiente artistico ufficiale. Per lui, comunque, essere appartato non significa essere disinformato su quanto accade nel panorama espressivo. Anche nel dopoguerra, anzi, è attento alle vicende artistiche e cerca, sia pur inutilmente, di prendere contatto con i “ pittori della realtà “. Mentre ferve il dibattito sul neorealismo, scrive lui stesso alcune pagine sul concetto di realismo. E’ questa, del resto, la categoria che più si attaglia alla sua pittura. Se, al di là di gruppi e tendenze, volessimo definire la sua opera, è di realismo che dovremmo parlare. A partire dalla metà degli anni Venti i soggetti preferiti della sua pittura sono ritratti, paesaggi e nature morte, con la cacciagione come soggetto privilegiato. Gli anni a partire dal 1939 vengono occupati anche da altri interessi, oltre che dalla pittura e dalla musica, dalla stesura di molti quaderni di memorie, ricordi e testimonianze che nelle due diverse redazioni del 1939 e del 1945 sono dedicate ai primi due figli Giacomo e Emilio, rispettivamente morti nel 1939 in un esercitazione aerea e nel 1944 in un campo di concentramento nazista. Il terzo figlio Pietro era nato a Milano nel 1939. Dopo la guerra, molti amici, come il gallerista Ettore Gian Ferrari, lo incitano a tornare a Milano e intendono sottolineare che il clima di imitazione e di reciproco stimolo è quello maggiormente fecondo per un artista, ma risponde che preferisce restare nel clima rarefatto del lago, con i tramonti argentati, mantenendosi distaccato. Preferisce dedicarsi alla pittura all’aperto, alle letture preferite, alla pesca, alla caccia e alla ideazione e costruzione di barche piuttosto che ritornare nella città milanese e rischiare di incontrare per strada Carrà, Tosi, Funi, Sironi ecc… : i quali sono stati i protagonisti di quell’ “ assalto alla diligenza “ come acutamente definisce le mire rapaci del Novecento italiano, e questo è molto sufficiente a motivare le sue scelte. Nel 1947 vince un premio ottenuto a Siena; mentre nel 1956 viene premiato a Suzzara; il riconoscimento è in natura, come, del resto, tutte quelle distribuite in quella sede: 1000 mattoni. Nel 1960 entra in contatto, con molta soddisfazione, con un illuminato collezionista di Philadelphia, Richard Miller, che acquista e porta con sé oltre oceano alcune delle sue opere esposte alla mostra Nuove Tendenze tenutasi nel 1914 e a quella futurista del 1919: Dissidio domestico quotidiano,
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Leonardo Dudreville

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Informazioni tesi

  Autore: Silvia Berardi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Studi Storici-Artistici
  Relatore: Iolanda Covre
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 108

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