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Il riconoscimento della bellezza. Basi neurofisiologiche del piacere estetico

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5 questi meccanismi è assegnata alla corteccia. Henry Matisse (1972), forse inconsapevolmente, osservando che “vedere è già un’operazione creativa che richiede uno sforzo”, esprime un concetto neurobiologicamente esatto. Infatti, non sarebbe corretto affermare che la vera funzione del cervello visivo sia limitata solo all’assicurare il normale svolgimento delle attività necessarie alla sopravvivenza dell’uomo in senso evoluzionistico: molti animali, sebbene provvisti di una visione piuttosto rudimentale, riescono ugualmente a nutrirsi o a riprodursi. La verità è che “noi vediamo per acquisire una conoscenza del nostro mondo” (Zeki 1993). Non è un caso forse che in greco οἶδα, che è il perfetto del verbo ὁράω (vedere), significa “io so” (perché ho visto) e che la parola idea (εἶδος) ha appunto la radice ἰδ dello stesso verbo. Così, la sola conoscenza che valga la pena di conseguire è quella delle caratteristiche stabili del mondo; di conseguenza il cervello è interessato solo alle proprietà costanti, immutabili, permanenti e specifiche degli oggetti e delle superfici della realtà esterna, perché sono queste le proprietà che gli permettono di ordinare gli oggetti per categorie. La visione è dunque un processo attivo che richiede al cervello di trascurare i continui cambiamenti e di astrarre da essi solo ciò che è necessario per la classificazione degli oggetti, svolgendo tre processi separati ma interdipendenti: selezionare da un ampio ventaglio di informazioni sempre mutevoli solo quelle utili all’identificazione delle proprietà costanti ed essenziali di oggetti e superfici; eliminare ed escludere tutte le informazioni irrilevanti ai fini di questa conoscenza; confrontare le informazioni visive del passato al fine di identificare e classificare l’oggetto o la scena interessati. In questo contesto appare una naturale conseguenza la ricerca delle basi neurofisiologiche di questi processi a partire dall’osservazione delle opere d’arte visiva quali pittura e scultura. Tali arti, infatti, sono espressione del nostro cervello e devono quindi obbedire alle sue leggi nell’ideazione, nell’esecuzione o nella valutazione, e nessuna teoria estetica che non si basi in modo sostanziale sull’attività del cervello potrà mai essere completa né profonda. I pittori, ad esempio, seppure inconsapevolmente e con tecniche del tutto personali, hanno sperimentato e compreso qualcosa sull’organizzazione del cervello, ancor prima che se ne occupasse qualsiasi ricerca neurobiologica. Gli artisti compiono
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Il riconoscimento della bellezza. Basi neurofisiologiche del piacere estetico

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Informazioni tesi

  Autore: Gianluca Malatesta
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze psicologiche
  Relatore: Camillo Di Giulio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 47

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