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Rappresentazioni di un’eroina ambigua: Giuditta nella Bibbia e in due componimenti medievali inglesi

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Pentateuco fino a quelli Poetici, senza naturalmente tralasciare i Libri Storici in cui la nostra vicenda è compresa: in tale confronto ella appare ancora nel ruolo di salvatrice – in questo estremamente vicina alle caratterizzazioni che si fanno dei Giudici nei Libri dei Profeti – ma, al contempo, di assassina vendicatrice, in questo riflettendo quelle attitudini aggressive proprie dell’Antico Testamento che sono da ricollegarsi alla sua origine tribale. La ferocia racchiusa nell’uccisione del pagano è, comunque, solo uno degli aspetti contenuti nel racconto di Giuditta, e di certo non è l’elemento che rende la sua storia originale rispetto alle altre, contenute nella Bibbia, aventi per protagonista una figura femminile: come si cercherà di dimostrare, infatti, le donne bibliche sono più volte chiamate in prima linea alla nobile impresa di eliminare fisicamente, in nome del dio ebraico, il nemico pagano. Il punto cruciale della vicenda risiede, invece, nell’estrema ambiguità che contraddistingue il personaggio della protagonista: Giuditta, influente vedova del piccolo villaggio ebraico di Betulia, tenuta in grande considerazione dai propri concittadini per la grande religiosità e per la condotta inappuntabilmente devota, si trasforma – quasi paradossalmente ispirata da Dio – in un’accorta seduttrice e architetta un temerario piano, che non solo le consenta di uccidere l’antagonista, ma che prevede, fatto inconsueto per un’eroina cristiana, l’uso spregiudicato della propria bellezza fisica. Tali caratteristiche di autonomo ingegno e la grande ‘equivocità’ sono ciò che maggiormente la distingue dalle altre eroine bibliche ‘positive’: la distanza che le separa è tale da collegare addirittura la nostra protagonista al gruppo delle riprovevoli figure femminili biasimate all’interno dei testi sacri, ovvero quello delle tentatrici pagane colpevoli di condurre i credenti poco accorti all’idolatria. A far sì che la storia di Giuditta spicchi nel panorama dell’Antico Testamento sono, quindi, i compromessi richiesti al credente perché questi colga nella narrazione gli insegnamenti religiosi, nonostante questi siano, in essa, più volte pesantemente infranti. Difatti, è solo attenendosi a un’interpretazione prettamente simbolica che le parti problematiche – e i compromessi in esse contenuti – potranno risultare accettabili in chiave cristiana. In tal senso, il lettore è celatamente aiutato dallo stesso autore del racconto biblico: l’accurata scelta di personaggi storicamente inesistenti e la sua contestualizzazione in luoghi immaginari proiettano la vicenda in una dimensione aspaziale e atemporale, in cui i suoi contenuti universali sono lasciati liberi di emergere in tutta la loro forza; in tal modo, appare chiaro come il significato più profondo del Libro di Giuditta sia da rintracciare nella riduzione di ogni battaglia (da quella macroscopica tra Nabucodonosor e i popoli del Medioriente, a quella microscopica tra Oloferne e la protagonista) a uno scontro tra Bene e Male come categorie assolute. In tale contesto, Giuditta è libera di assurgere a modello ideale per il popolo oppresso di Israele: attraverso il suo esempio, ella costituisce un’esortazione contro l’assalitore pagano e un esempio di fede tanto più forte quanto più messo alla prova da pericoli estremi. Ella sarà quindi, nella esegesi patristica, allegoria esplicita della sapienza, della castità e della fedeltà cristiane, nonché simbolo tropologico della Chiesa; di contro, in Oloferne saranno ancora più chiaramente richiamati, in tale interpretazione, gli elementi che lo identificano con il Male assoluto – di cui, a causa della lussuria e della paganità che lo contraddistinguono, egli assurge a simbolo. Sono proprio gli elementi positivi intrinsechi al personaggio di Giuditta a far sì che, in epoca medievale, ella sopravviva nella caratterizzazione attribuitale dai Padri della Chiesa, sebbene il suo personaggio subisca, in essa, una profonda spersonalizzazione: è grazie alla fedeltà dimostrata a Dio come donna timorata e osservante delle prescrizioni che ella diviene, nell’omelia anglosassone, esempio massimo di castità – tema che appare, in tale 7
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Rappresentazioni di un’eroina ambigua: Giuditta nella Bibbia e in due componimenti medievali inglesi

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Informazioni tesi

  Autore: Sara Castellino
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e culture moderne
  Relatore: Maria Elena Ruggerini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 175

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Parole chiave

filologia
sintassi
paganesimo
esegesi
anglosassone
poema
giuditta
omelia
ælfric
figure bibliche femminili

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