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Partecipazione, cittadinanza attiva e nuovi modelli di governance. Uno studio di caso nell’area genovese

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15 di cogliere fenomeni che erano sempre avvenuti, ma che il modello razionale non riusciva a cogliere. Da sempre, infatti, qualsiasi decisione pubblica, formalmente unilaterale, avrebbe alle spalle processi di discussione all’interno di reti di relazioni informali, da svolgersi in maniera più o meno occulta. La novità degli ultimi anni consisterebbe invece, come afferma Bobbio [2000, 113], nell’emergere di decisioni che sono il risultato esplicito di parti diverse che assumono pubblicamente impegni reciproci, dove la discussione non è più illegittima, ma si svolge alla luce del sole in quanto elemento del dibattito democratico. Passerò dunque ora in rassegna i vari passaggi che hanno portato ai nuovi strumenti di governo locale, in quanto questi, come gli stessi policy-network, vengono spesso confusi con il vero argomento della tesi, vale a dire la partecipazione. 1.3 Il governo locale e il contenimento della spesa pubblica Il primo mutamento nella direzione della governance si trova nell’insieme di misure attuate a livello internazionale, a partire dagli anni ‘80, aventi come obiettivo un ridimensionamento della spesa pubblica, da attuare attraverso un generale ripensamento dell’intervento dello Stato nell’economia e del welfare state di stampo keynesiano. La spinta fu ancor più pressante a livello locale, visti i conseguenti tagli ai trasferimenti provenienti dal centro. A quell’epoca, nel clima politico dell’ascesa di idee neo-liberiste a partire dai paesi anglosassoni, si elaborarono politiche di privatizzazione e liberalizzazione [Castells 2002, 148-150], mentre in Italia il cambio di rotta iniziò un po’ più tardi, con la l. 421/1992 sulla razionalizzazione amministrativa. La riforma si proponeva di superare la logica burocratica, ma nasceva in un contesto di crisi economica nel quale, in realtà, l’esigenza fondamentale era quella di risparmiare risorse pubbliche, anche riducendo i costi di funzionamento dell’amministrazione. Tale riforma infatti non fu che un tassello del più generale intervento di risanamento finanziario attuato dal governo Amato, nell’ambito di una manovra che comprendeva il riordino del sistema pensionistico, di quello sanitario e della finanza locale [Testa e Terranova 2006, 17]. Keynes riteneva che l’intervento statale in economia avrebbe dovuto essere svolto da èlites burocratiche competenti e votate all’interesse pubblico, ma in realtà il controllo della spesa sociale entrò sempre più a far parte dei criteri di legittimazione e consenso delle democrazie capitalistiche [Habermas 1975; Offe 1982]. Questo, con la crescente differenziazione della società a seguito della crisi del fordismo, comportò una difficoltà crescente da parte pubblica a mediare fra i diversi interessi, riducendo spesso la politica ad un’attività di pura distribuzione di risorse. Martinelli [1994b] osserva come tale stato di cose sia stato analizzato da parte conservatrice con la formula del “governo sovraccarico”, per sottolineare la necessità di una rigida selezione delle domande [Crozier, Huntington e Watanuki 1977]. Da parte progressista è stata invece teorizzata la “crisi di legittimazione” e la “crisi fiscale” dello Stato, determinata dal fatto che questo non riesce a far fronte alle domande che il suo intervento in economia ha contribuito a
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Informazioni tesi

  Autore: Valerio Lastrico
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Sociologia
  Relatore: Maurizio Ambrosini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 263

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