Il capitalismo italiano del secondo dopoguerra: persistenze e mutazioni

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7 reti di protezione a tutela di singole categorie produttive, condizioni più concorrenziali ed incentivi ad innovare. Contribuì, inoltre, a orientare verso l’esportazione tanto le grandi che le piccole imprese industriali italiane. Il secondo tratto riguardava l’intervento pubblico nell’economia: le vicende del capitalismo italiano furono caratterizzate, in primo luogo, dalla rinunzia dello Stato a svolgere direttamente entrambe le funzioni tradizionali di programmazione e di regolazione; in secondo luogo, dalla scelta di affidare agli enti pubblici autonomi il compito di indirizzare strategicamente il completamento dell’industrializzazione del paese. In altre parole non vi fu alcun tentativo da parte dello Stato di costruire strutture per lo sviluppo di uno paese moderno: rinunziò a disegnare assetti e poteri del governo nazionale e dei governi locali tali da gestire e normalizzare i divari di reddito esistenti nell’interno del paese; rinunziò ad adottare un imposizione straordinaria che potesse consentire sia di utilizzare al meglio i profitti di guerra, sia di finanziare la ricostruzione, sia di frenare l’inflazione; non attuò una riforma fiscale tale da accrescere stabilmente le imposte per finanziare le spese dello stato sociale; non avviò piani (quantitativamente rilevanti) di edilizia residenziale pubblica; non realizzò politiche industriali attive; e, soprattutto, anche a causa delle altre rinunzie, non avviò una riforma dell’amministrazione pubblica. Un’altra scelta di politica economica effettuata dallo Stato fu quella di rinunziare a fissare le “regole”, ossia i diritti ed i doveri da applicarsi nel “gioco” fra gli interessi di individui e classi diverse, al fine di dare loro certezze e parità di opportunità. L’Italia, quindi, si ritrovò nel dopoguerra con un Codice civile che era stato ridisegnato ed aveva assorbito il codice di commercio appena quindici mesi prima della caduta del fascismo, nel 1942. Il suo limite, ha sostenuto Irti, stava nel fatto che, pur riconoscendo rispetto al passato la centralità dell’impresa, esso ignorava i problemi dell’economia di mercato, il fatto che nel mercato la protezione giuridica dell’autonomia privata coincidesse appieno con la disciplina del mercato e con la tutela della concorrenza. Gli era, insomma, sostanzialmente estraneo

Anteprima della Tesi di Federico Bartoli

Anteprima della tesi: Il capitalismo italiano del secondo dopoguerra: persistenze e mutazioni, Pagina 2

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Federico Bartoli Contatta »

Composta da 102 pagine.

 

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