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Modello veneto e Terza Italia: un caso di insediamento calzaturiero nel territorio veronese (1954-1985)

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I INTRODUZIONE A vent'anni dalla sua prima teorizzazione, l'esistenza di una "terza Italia" e di uno sviluppo periferico, che nulla ha da invidiare al polo industriale del Nord- Ovest e che al suo apparire aveva costituito una sorpresa clamorosa in ambito di studi economici e sociologici, sembra un concetto ormai acquisito ed accettato. Nata per indicare un'area che non godeva di rapporti privilegiati con il governo centrale come la grande industria e che non poteva usufruire dei meccanismi compensatori concessi invece al Sud del Paese, "l'Italia terza, cioè esclusa, emarginata e periferica, sembrava destinata ad un decadimento ineluttabile" ( 1 ). In realtà, negli anni '70, lo sviluppo delle cosiddette aree terze, ossia le regioni del Centro e Nord-Est del Paese, basato su una economia di imprese di piccole dimensioni e di lavorazioni tradizionali che non richiedevano grossi capitali ma soprattutto un notevole apporto di manodopera, dimostrava come il sistema di piccole imprese presentasse una maggiore tenuta ed elasticità nell'adattarsi alla congiuntura sfavorevole. Proprio in un'altra congiuntura negativa, quella attuale, il modello delle piccole imprese italiane ha ricevuto una consacrazione a livello internazionale ad opera del presidente degli Stati Uniti, nel recente "Job Summit" dei Sette Grandi svolto a Detroit. In questa sede, Clinton ha affermato che "il Senato degli Stati Uniti sta discutendo un progetto di legge che ha l'obiettivo di aiutare gli imprenditori a fare ricerca e sviluppo per creare centri manifatturieri in cui le imprese possano lavorare assieme, come ad esempio le imprese più piccole stanno facendo da molto tempo in Italia" ( 2 ). Negli anni '70, invece, le discrepanze fra le aspettative negative, legate a rigidi schemi economici, e gli impensati sviluppi della realtà, produssero al loro apparire non pochi imbarazzi. E se per la Toscana si parlava di "castello di carte" o di "capitalismo straccione", un dibattito parimenti acceso si svolgeva nel Veneto tra i sostenitori del modello veneto di sviluppo ed i suoi detrattori. I primi sottolineavano l'armonioso sviluppo della regione, diverso dallo stravolgimento sociale avvenuto nel triangolo industriale, mentre i secondi mettevano in luce il dualismo dell'economia veneta costituita da un'area centrale industrializzata che attraversava la regione inframmezzando due zone mantenute volutamente arretrate come bacini di manodopera a basso costo. Il dato di fatto però era che l'economia veneta, costituita da tante piccole imprese sparse sul territorio, si presentava, in questi anni, in continua ascesa. Un "Veneto miracolato" quindi, se non si tiene conto delle radici storiche del modo tipico dell'industrializzazione della regione. Infatti il carattere decentrato degli insediamenti industriali nel Veneto, a differenza di quanto affermato dai sostenitori dell'arretratezza, in anni di recessione è diventato un fattore di stabilità economica. Il decentramento ha permesso di non rompere i legami con la campagna, avvantaggiando il sistema dell'uso della manodopera agricola. 1 ) G.Becattini-G.Bianchi, Chi ha paura della regionalità, in "Il ponte", anno XL, 1984, n.1, p.100. 2 ) R.Cotroneo, Sette in cerca di occupazione, in "Corriere della Sera", 15/03/1994.
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Informazioni tesi

  Autore: Giovanni Benati
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1993-94
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Magistero
  Corso: Lettere moderne
  Relatore: Emilio Franzina
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 189

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