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L'immanenza dell'immagine nell'opera documentaria della regista Cecilia Mangini

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10 Gli ambienti che più ci colpiscono sono la libreria e lo studio: la prima è colma di libri di storia e di romanzi, mentre lo studio ad un primo impatto sembra quello di una donna nel pieno dei suoi anni di attività: la schermata aperta sulle numerose mail, un’altra sull’attualità, un computer moderno e una scrivania colma di testi, tra cui il suo nuovo libro di fotografie. La Mangini, donna esile e minuta, si destreggia tra le nuove tecnologie e cammina in maniera scattosa, lo sguardo attento, come se fosse sempre pronta ad immortalare un’immagine con la sua macchina fotografica. Le presentazioni sono molto veloci, ogni attimo sembra prezioso al punto da tenere sempre accesa su di lei la macchina da presa, mentre il professore le spiega che cosa avverrà durante il viaggio di ritorno verso Padova. In auto abbiamo cinque ore di tempo per interagire con la regista e raccogliere il materiale che poi sarà parte integrante del nostro documentario: io comincio a farle qualche domanda di attualità, sulle donne, sulla politica e sui documentaristi attuali, dei quali è molto informata, mentre si rifiuta di parlare dei giovani, poiché spiega che si sono spese fin troppe parole sui ragazzi di oggi, spesso ingiuste nei confronti della nuova generazione. Tommaso Brugin la inquadra mentre parla al professore, ripetendo le vicende salienti che riguardano i suoi film, dei quali si ricorda ogni minimo particolare. Il nostro lavoro per dare forma al documentario ricomincia il giorno dopo, con le riprese in laboratorio, dove avevamo creato un set con tre macchine da presa, in modo tale che la regista possa essere ripresa in primo piano, a mezzo busto e da dietro, perché colta di spalle si possa vedere che la regista interagisce con il monitor, nel quale vengono proiettate diverse immagini riprese nel corso di altre interviste o documentari, attraverso un pre-montaggio che le abbiamo preparato e che le dà modo di apportare varie aggiunte e commenti attuali. La nostra è una corsa contro il tempo durante la quale cerchiamo di riassumere tutti i temi principali del suo cinema, per giungere ad una sintesi: quando il professor Melanco inizia a dirigere il set, sorgono alcuni problemi: la regista, dal carattere forte e volitivo, non è convinta dalla nostra modalità di girare il documentario ed esterna le sue preoccupazioni e le sue critiche, da cui seguono discussioni. Cecilia Mangini si guarda sullo schermo con una certa meraviglia e con un sorriso stanco sulle labbra, ad ogni video che le proponiamo ad un certo punto interrompe la sequenza e aggiunge delle considerazioni riguardo ai passaggi che ritiene più importanti: a me è stato assegnato il ruolo di comparsa nel documentario, quindi sono ripresa di spalle mentre controllo il computer e seguo i documentari della regista senza il sonoro. Da tale posizione non vedo il set, ma riconosco i molti silenzi: Cecilia Mangini si concentra al massimo per esprimere frasi sintetiche capaci di restituire un discorso sottostante molto più lungo, e non è abituata a farlo. Si ripetono le scene, spesso più di quattro volte, a causa del suo estremo perfezionismo e il suo desiderio di realizzare il lavoro nel migliore dei modi. Nonostante la sua necessità di approfondire alcuni argomenti e alcune vicende
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L'immanenza dell'immagine nell'opera documentaria della regista Cecilia Mangini

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Informazioni tesi

  Autore: Claudia Ferrara
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Dams - Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Mirco Melanco
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 79

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