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L'immanenza dell'immagine nell'opera documentaria della regista Cecilia Mangini

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11 piuttosto che altre, riusciamo comunque a estrapolare tutto il materiale occorrente in due giorni, e siamo consapevoli del fatto che ci aspetta un lavoro lungo e complesso. Cecilia Mangini la si scopre poco a poco. Prima vedi una donna, poi una regista e una fotografa, ma bisogna andare ancora più a fondo per capire la vera importanza e la profondità dei suoi discordi. Bisogna ascoltare più volte le sue interviste, leggere il suo nome nei libri dedicati alla storia del cinema italiano, analizzare tutti i suoi documentati e inserirla nel suo contesto storico per comprendere la carica rivoluzionaria di questa donna, dal carattere vivo all’età di novant’anni. Parlare di lei significa parlare di una generazione, composta da una minoranza di documentaristi che si sono opposti alla produzione dominante degli anni sessanta, che hanno deciso si rialzarsi dai propri sbagli commessi durante il fasciamo, quando erano ancora giovanissimi, e aprire una finestra che si affaccia sulle realtà dell’Italia, puntando il riflettore sulle eccezioni, che partono da un mondo contadino ormai estinto, sino ad affrontare le grandi tematiche di attualità da denunciare: il lavoro nelle fabbriche, il consumo di massa dei beni, il boom economico. Il nome della regista emerge attraverso queste ricerche e per un attimo ci si sofferma a pensare: è un nome femminile, laddove altri nomi femminili nel cinema italiano non sono mai stati pronunciati, poiché si tratta della prima donna che ha il coraggio di mettersi dietro la macchina da presa, nel 1958. Tutto questo non accade per caso: avviene per la sua straordinaria passione, per la sua voglia di ribellarsi, per la sua ricerca di libertà, tanto che afferma: «Se mi si chiede cosa sono, io rispondo “sono una documentarista”. Anche se da anni non si girano più documentari, per sempre si resta documentaristi…è vero, ho privilegiato una visione documentaria della realtà, a partire dalle stesse condizioni materiali e produttive del documentario, dalla libertà espressiva che gli è connaturata. Sono convinta che il documentarista è assai più libero del regista di film di finzione, ed è per questo, per la mia indole libertaria con cui convivo fin da bambina, che ho voluto essere una documentarista. Il documentario è il modo più libero di fare cinema 1 » La quantità di materiali raccolti negli anni e il tempo dedicato allo studio di questa persona hanno fatto nascere dentro di me il desiderio e l’interesse che mi hanno indotto a dedicare un lavoro di tesi espressamente su di lei, a partire dal documentario biografico, tentando di affrontare molteplici argomenti che, per ragioni di tempo, sono stati omessi dall’ultimo documentario che la riguarda, al fine di restituire una visione completa e approfondita sulla figura di Cecilia Mangini. 1 C. Domini, P. Pisanelli, Cecilia Mangini. Visioni e passioni. Fotografie 1952-1965, Errata corrige, 2017
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Informazioni tesi

  Autore: Claudia Ferrara
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Dams - Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Mirco Melanco
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 79

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