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Il mito di Perseo nelle Genealogie deorum gentilium di Giovanni Boccaccio

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8 dell’Eneide e dell’antica favola poetica li esecra uno ad uno, non mostra di accorgersi ch’ei fa pompa della sua dottrina, e fa vedere, col fatto di avere studiato, di tenere a mente assai bene questi scrittori che tanto riprova» 14 . Ad ogni modo, gli avvertimenti di Gregorio rimasero inascoltati. In età carolingia, contemporaneamente alle Allegoriae in universam sacram scripturam di Rabano Mauro, apparve anche un Carme di Teodulfo, vescovo di Orléans, sul modo di intendere ‘filosoficamente’ le favole della mitologia classica: la mitologia tendeva a trasformarsi in una filosofia morale. Non a caso Philosophia moralis è il titolo di un’opera di Ildeberto di Lavardin, vescovo di Tour, che riporta numerosi esempi di interpretazione allegorica tratti sia dai poeti pagani, sia dalla Bibbia. A partire dal XII secolo l’esegesi mitologica comincia a fondersi anche con la teologia, raggiungendo degli esiti sbalorditivi: è questa l’epoca in cui Alessandro Neckam, nel De naturis rerum, connette gli dei del paganesimo con le virtù che conducono l’uomo alla santa rivelazione cristiana; l’epoca in cui Guglielmo di Conches, commentando il De consolatione philosophiae di Boezio, scopre in Euridice un simbolo dell’innata concupiscenza del cuore umano; ma soprattutto è questa l’epoca in cui le Metamorfosi di Ovidio «profondono, alla sagacia degli interpreti, tesori insospettabili di sacrosante verità» 15 . Attorno alla metà del XII secolo, nella scuola di Orléans, il maestro Arnolfo 16 redige il primo commento, completo, alle Metamorfosi di Ovidio: nell’accessus alle sue Allegoriae super Ovidii Metamorphosin, Arnolfo spiega che Ovidio non intende parlare semplicemente di trasformazioni corporee, esteriori, ma anche di trasformazioni che si attuano interiormente, nell’anima: la trasformazione di un animale è dunque metafora della caduta dell’uomo nel vizio; la perdita delle sembianze umane è allegoria del degrado e dell’allontanamento da Dio. Per Arnolfo la metamorfosi è quindi mutatio moralis 17 . 14 Cfr. Comparetti 1896, 117. 15 Cfr. Seznec 1980, 122. 16 Su Arnolfo d’Orléans cfr. Ghisalberti 1932, 157-234; ma anche Guthmuller 2009, 57-58. 17 Sul concetto di mutatio moralis cfr. Guthmüller 1997, 26: «Secondo Arnolfo Ovidio vuole dunque farci vedere, attraverso le trasformazioni del corpo, i processi che avvengono nell’anima. La metamorfosi in un animale non avviene realmente, ma è solo una metafora dell’uomo che cade al peccato. La paternità di questa interpretazione morale della mutatio risale a Boezio, che nella terza prosa del IV libro della Consolatio Philosophiae sviluppa appunto il concetto del peccato che riduce l’uomo in bestia: l’avido si trasforma in lupo, l’astuto in volpe, l’iracondo in leone, il pauroso in cervo, e in maiale chi è in preda a desideri impuri. Questa trasformazione non tocca il fisico, ma muta la qualità dell’anima […] è una punizione, dal momento che il vizio,
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Informazioni tesi

  Autore: Jessica Lombardo
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere
  Corso: Italianistica, culture letterarie europee e Scienze Linguistiche
  Relatore: Daniele Pellacani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 162

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Parole chiave

giovanni boccaccio
mito di perseo
riscrittura mitologica
citazioni autoriali
interpretazione del mito
rinnovamento della tradizione mitografica
genealogie deorum gentilium
presentimenti preumanistici

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