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Gli arditi: dal fronte alla politica (1917-1923)

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Le pubblicazioni di Eros Francescangeli 8 e di Marco Rossi 9 mostrano con chiarezza come questa visione storica non sia corretta. L’arditismo ha avuto nel tempo un comportamento fortemente ambiguo e discontinuo nei confronti del fascismo: di identificazione con il fascismo sansepolcrista rivoluzionario della prima ora; di frizione, se non di aperto scontro, con il fascismo conservatore e padronale. L’antisocialismo degli arditi è legato al nazionalismo intrinseco del movimento e non al rifiuto degli ideali socialisti e di difesa della classe operaia. L’antisocialismo è quindi conseguenza della scelta neutralista del 1914-15 e delle feroci critiche espresse dal partito socialista sulla guerra, sulla conduzione della stessa, sui risultati ottenuti dall’Italia e, in parte, anche sul movimento dei reduci. Gli arditi, che avevano combattuto con valore e ritenevano di aver fornito un contributo decisivo al raggiungimento della vittoria, non potevano che contrapporsi aspramente a tale visione. E la contrapposizione non poteva certo avvenire su di un piano dialettico, che gli arditi disprezzavano e per il quale non erano attrezzati, ma su un piano più consono al movimento, quello dello scontro armato. Solo in un secondo momento, quando appare evidente la volontà governativa di utilizzare gli arditi come “arma” per la repressione popolare in collegamento allo squadrismo fascista reazionario, si ha un allontanamento della maggioranza del movimento arditistico dal fascismo fino a divenirne, almeno in parte, antagonista e capace, anche se per una sua porzione minoritaria, di contrapporvisi militarmente. L’ANAI, l’associazione storica degli arditi, fu sciolta dal prefetto di Firenze nel gennaio 1925 per le forti critiche espresse al regime, ormai vincitore ed in via di consolidamento, e sostituita dalla una una nuova associazione (FNAI), legata strettamente al fascismo di governo. Anche analizzando gli articoli della rivista L’Ardito, organo ufficiale dell’ANAI, si può notare come, rispetto ad una iniziale identità di tutto il movimento con il fascismo rivoluzionario della prima ora, a seguito dell’esperienza dannunziana di accettazione del fenomeno fascista da parte dei “moderati” di allora). E non ebbe tale interesse nemmeno la storiografia legata al PCI, poiché significava compiere una valutazione critica della la propria storia. Solo in tal senso è allora possibile comprendere l’oblio che gli Arditi del Popolo e la gran parte dei suoi dirigenti, Secondari in testa hanno dovuto subire dalle storiografie, per così dire, ufficiali. Ma se è comprensibile capire l’occultamento dell’arditismo popolare da parte della storiografia fascista del ventennio o la disattenzione di quella d’impronta liberale e/o cattolica, non altrettanto lineare è la comprensione del perché la storiografia d’ispirazione marxista e/o democratica abbia relegato gli Arditi del popolo a fenomeno marginale». Cit. in Francescangeli Eros, Arditi del Popolo: Argo secondari e la prima organizzazione antifascista, Roma, Odradek, 2000, p. 6. 8 Ivi, Francescangeli Eros, Arditi del Popolo: Argo secondari e la prima organizzazione antifascista, Roma, Odradek, 2000. 9 Rossi Marco, Arditi, non gendarmi! Dalle trincee alle barricate: arditismo di guerra e arditi del popolo (1917- 1922), Pisa, BFS, 2011. 7
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Gli arditi: dal fronte alla politica (1917-1923)

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Informazioni tesi

  Autore: Simone Nepi
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: STORIA
  Corso: STORIA
  Relatore: Roberto  Bianchi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 118

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