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La pubblicità comparativa fra orientamento dell'autorità garante e legislazione comunitaria

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6 Di particolare importanza la riconosciuta facoltà di adire l’Autorità Garante anche “ad altri soggetti pubblici interessati, anche su denuncia del pubblico”. Un principio che è stato stemperato riducendo, riteniamo in modo corretto proprio nell’interesse degli equilibri del mercato, il potere di denuncia all’Autorità Garante . Si era aperto un acceso dibattito su quale organo dovesse cadere la titolarità del potere di svolgere funzioni di Autorità Garante. Tale dibattito era alimentato soprattutto da parte di alcune associazioni di difesa dei consumatori, timorose che una scelta poco incisiva avrebbe potuto ridurre sul nascere i poteri di controllo e di repressione nella lotta contro i messaggi pubblicitari ritenuti ingannevoli . Su questo punto l’accordo intorno al quale si è formato il consenso pressochè unanime di tutte le principali associazioni professionali, ha condotto all’identificazione dell’Autorità in quella deputata al controllo della concorrenza e del mercato, organo costituito recentemente (legge 10 ottobre 1990 n. 287). Il D.Lgs. 74/92 15 disciplina vietando unicamente la pubblicità “ingannevole”, definizione quest’ultima molto ampia, ricomprendendo infatti le ipotesi più tipiche quali: “pubblicità che induce in errore le persone fisiche alle quali è rivolta o che essa raggiunge e che, a causa del suo carattere ingannevole, possa pregiudicare il loro comportamento economico ovvero che, per questo motivo, leda o possa ledere un concorrente (art. 2 lett. b)”, ma anche le differenti tipologie della pubblicità “... che riguardano prodotti suscettibili di porre in pericolo la salute e la sicurezza dei consumatori, ometta di darne notizia in modo da indurre i consumatori a trascurare le normali regole di prudenza e vigilanza” (art. 5) e che “... in quanto suscettibili di raggiungere bambini ed adolescenti possa, anche indirettamente minacciare la loro sicurezza... o abusare della loro naturale credulità o mancanza di esperienza...” (art. 6); ipotesi quest’ultima che non ha nulla a che vedere con la nozione di “ingannevolezza” in senso stretto, ma che pure alla stessa, risulta equiparata dalla normativa. Manca, per contro, una norma che con analogo effetto vieti “a titolo di ingannevolezza” la pubblicità comparativa, o che altrimenti ne stabilisca i limiti di liceità con la conseguenza che quest’ultima deve ritenersi vietata dal decreto solo in quanto “ingannevole” secondo l’ampia definizione sopra riferita. In assenza di una specifica disposizione del Decreto che espressamente affronti il problema della “comparativa”, l’Autorità Garante non ritiene che la stessa possa essere richiamata dall’art. 1, comma 2°, del medesimo che impone alla “pubblicità di essere palese, veritiera e corretta”. Ad impedire un tale risultato non è tanto l’impossibilità di affermare in astratto la scorrettezza di talune forme di comparazione pubblicitaria, quanto piuttosto la posizione assunta dal Garante circa la non censurabilità della generica “scorrettezza” pubblicitaria ai sensi del decreto 74/92. L’Autorità, attraverso un’interpretazione alquanto restrittiva delle disposizioni che stabiliscono la propria competenza, ha infatti negato autonoma valenza precettiva al principio di lealtà e correttezza della comunicazione pubblicitaria di cui all’art. 1 del 15 Il termine fissato per l’attuazione della direttiva 84/450/CEE era stato il 1° gennaio 1993.
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Informazioni tesi

  Autore: Francesco Busetto
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Renzo Costi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 61

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Parole chiave

pubblicità comparativa
pubblicità
diritto commerciale
d.lgs 267/2000
autodisciplina pubblicitaria
direttiva 55-1997
autorità garante della concorrenza e del mercato

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