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Manuale di sopravvivenza quotidiana. Giornali in Italia tra successo e insuccesso

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17 che ne potenzi il ruolo di garante della deontologia professionale e dell’indipendenza dei giornalisti nei confronti degli editori. L’Ordine permise comunque agli iscritti di rafforzare il proprio potere contrattuale e di sanare molte situazioni di precarietà. Non è un caso che, complici l’affermazione dell’informazione televisiva e l’aumento della foliazione anche dei settimanali, il numero dei giornalisti professionisti salì da 2.064 nel 1956 a 3.161 nel 1964. Nel 1965 si assisté alla prima vera crisi della stampa, che portò alla chiusura di sette quotidiani. Contemporaneamente si avviò un processo di concentrazione editoriale anomalo, come rileva Mosconi: Ciò che infatti caratterizza l’industria italiana dei quotidiani non è l’elevata concentrazione (che è tratto comune a tutti i Paesi industrializzati), quanto piuttosto il suo essere da decenni controllata da grandi aziende industriali e finanziarie (caratteristica, questa, condivisa con la Francia). 45 Si tratta delle “grandi famiglie” del capitalismo italiano, responsabili della creazione di un sistema produttivo caratterizzato da forti squilibri interni, con rendite di posizione quasi inattaccabili e non regolamentate dal sistema politico 46 . Questi gruppi si confermarono poco attenti alla gestione economica delle imprese editoriali. Del Boca riporta ad esempio la sarcastica affermazione di Mario Missiroli, allora presidente della Federazione nazionale della stampa: “Quelli che accusano perdite sono sufficientemente compensati dai vantaggi che, con i loro servizi, recano alle varie proprietà. Si tratta di voci passive di bilanci attivissimi. Non è vero che quegli enti pagano i tecnici, gli avvocati, i consulenti, gli operai? Ebbene, paghino anche il servizio politico”. 47 Negli anni successivi al boom economico, dunque, quando il nuovo orientamento al consumo degli italiani ne ridefiniva valori e status e quando alla modernità si univano elementi tipici della nostra cultura (“forme di identificazione tradizionali, circoscritte alla famiglia e al vicinato” 48 ), la stampa non svolse alcuna funzione alternativa di integrazione sociale, né si accreditò come strumento di crescita individuale degli italiani. La ragione è duplice: da un lato pesò il neo-individualismo intimistico 49 con cui il processo di modernizzazione fu metabolizzato nel nostro Paese, per cui le trasformazioni vennero assorbite e ammortizzate all’interno di una dimensione molto privata e poco sociale; dall’altro influirono le caratteristiche intrinseche dell’informazione stampata, che non fece degli interessi umani e dell’attenzione al cambiamento la componente fondamentale della propria missione. Questo fu il risultato, secondo Sorrentino: La stampa quotidiana tende a restare un corpo estraneo, un prodotto elitario che cala sugli individui; non la risultante di scambi sociali orientati alla costruzione di una dimensione pubblica. 50 45 F. Mosconi, op. cit., pag. 179. 46 Cfr. C. Sorrentino, I percorsi della notizia, cit. 47 In L. Del Boca, Giornali in crisi, Aeda, Torino, 1968, pag. 143. 48 C. Sorrentino, I percorsi della notizia, cit., pag. 78. 49 Cfr. L. Sciolla, “Identità e mutamento culturale nell’Italia di oggi”, in V. Cesareo, La cultura dell’Italia contemporanea, Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, 1990. 50 C. Sorrentino, I percorsi della notizia , cit., pag. 79.
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Manuale di sopravvivenza quotidiana. Giornali in Italia tra successo e insuccesso

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Informazioni tesi

  Autore: Manuela Perrone
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2000-01
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Mario Morcellini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 122

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