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Lessico operistico

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13 Con caratteri analoghi, l’aria entrò nel melodramma, ma qui, in un primo momento, condizionata dalle esigenze dell’azione, dovette rinunciare all’andamento strofico e perdere i connotati di forma chiusa. Ma ben presto, già nell’Euridice di Jacopo Peri (1561-1633) e in quella del Caccini (entrambe del 1600), si vedeva la distinzione fra il “recitar cantando”, che poi si evolverà nel declamato e nel recitativo, e la necessità di periodi musicali strofici. In Orfeo (1607) di Claudio Monteverdi (1567-1643) compare il primo nucleo dello schema tripartito (“Possente spirito” aria del Prologo), che diverrà poi tipico dell’aria italiana. Attestazioni tanto precoci dimostrano quanto fosse sentita la necessità di separare le fasi narrative dell’opera da quelle di più intenso abbandono lirico ed affettivo, queste ultime diventano proprie dell’aria. Nel corso del 1600 incontriamo due tipi di schema di aria, il primo è di tipo A-A, con la prima parte che si ripete invariata, oppure A-B con la seconda parte differente dalla prima. Successivamente, soprattutto con Alessandro Scarlatti (1660-1725), si afferma lo schema tripartito A-B-A 1 , la cosiddetta aria col da capo, dove l’ultima parte, di solito, veniva liberamente variata dall’interprete, anche per dare sfoggio delle sue abilità vocali. Questa tipologia fu usata con grande effetto da Georg Friedrich Handel (1685-1759); già pratica comune ai tempi dei libretti di Apostolo Zeno (1668-1750), dal punto di vista poetico, strutturale e funzionale venne portata al massimo livello artistico da Metastasio (1698-1782). La stretta applicazione delle regole da lui formulate fece sì che nessun cantante potesse avere due arie di seguito, che ciascun personaggio primario potesse arrivare ad averne cinque (ognuna di genere diverso). Con il sempre maggior peso che assunsero i virtuosismi dei cantanti, dalla fine del 1600, il recitativo perse importanza e le opere liriche si ridussero ad essere una mera successione di arie. La riforma metastasiana ridefinì l’equilibrio fra momento narrativo ed abbandono lirico, ma lasciò inalterato il modello di aria, pezzo chiuso, avulso dall’azione ed occasione di canto. Furono messi in atto diversi tentativi per cercare di ovviare alla convenzionalità dello schema, fino a che, a poco a poco, si giunse al modello costituito da recitativo - aria – cabaletta, che, solo abbozzato nel 1770, fu comunemente impiegato da Mozart (1756-1791) e giunse
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Lessico operistico

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Informazioni tesi

  Autore: Annamaria Novero
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2000-01
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Vittorio Coletti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 244

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Parole chiave

contralto
melodramma
musica
soprano
tenore
giuseppe verdi
opera lirica
linguaggio della musica

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