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Il problema meridionale e i comunisti italiani (1955-1975)

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Sostengono che una nuova politica per il Mezzogiorno potrà dare le prime risposte all’emergenza in corso, potrà bloccare l’esodo delle popolazioni meridionali e impostare una nuova politica economica contraria al processo di sviluppo finora avutosi. Contrariamente a quanto accaduto nel 1965, nella discussione della legge precedente, il gruppo comunista spinge per l’approvazione a tempi stretti della nuova norma. La situazione del 1971 ha un punto in comune con quella del 1965, non si conosce ancora, perché non pronto, il documento di programmazione economica di cui la legge meridionalistica dovrebbe essere un’articolazione. Il PCI nel ‘65 chiese, in rispetto di una consequenzialità logica, la proroga temporanea della Cassa per il Mezzogiorno in attesa di un testo definitivo del programma economico. Nel corso di questa discussione, invece, si chiede subito una nuova legge e questo a causa dell’emergenza in cui il Mezzogiorno si trova. I due relatori per illustrare la tragicità del momento e la necessità dell’intervento immediato, citano le parole “non sospette” di un’illustre meridionalista: Pasquale Saraceno. Così diceva il professor Saraceno alle “Giornate del Mezzogiorno”, tenutesi a Bari il 12 settembre 1970: “Gli squilibri conseguenti ad una insufficienza politica meridionalistica possono manifestarsi di natura tale da non poter essere corretti indipendentemente dal maggior costo che si è disposti a sopportare”. 12 Il Mezzogiorno si trova dunque davanti ad un “punto di non ritorno”. L’empasse di fronte a cui il PCI si troverebbe rispetto alle posizioni del 1965 viene superata affermando che: “[...] siamo dell’avviso che il Parlamento debba lavorare, con questa legge, per anticipare, in modo preciso e netto, questioni che possono essere utili, e che anzi possono determinare fin da questo momento il discorso generale sulla programmazione economica. Noi crediamo, anzi, che la discussione su questa legge possa servire a fare uscire il discorso sulla programmazione dalla astrattezza e dalla fumosità”. 13 I comunisti ribadiscono la richiesta di una programmazione democratica che deve portare ad un nuovo modello di sviluppo. Questa deve produrre riforme che gradualmente modifichino l’attuale meccanismo di accumulazione del capitale e che limitino dunque “il potere delle grandi concentrazioni industriali e finanziarie, private ma anche pubbliche”, per fare spazio a “ceti imprenditoriali e capitalistici non monopolistici”, deve garantire “l’iniziativa privata e il suo dispiegarsi con l’unica limitazione, stabilita dalla costituzione, dell’interesse pubblico”. 14 Fa sempre un certo effetto trovare nelle affermazioni di esponenti comunisti la difesa dell’iniziativa privata. Il rispetto della Costituzione resta basilare per il PCI che, 12 G.CHIAROMONTE, F.SOLIANO, Atti Parlamentari, Senato della Repubblica, V Legislatura, Documenti- Disegni di legge e Relazioni, ora in P.BINI, Il Mezzogiorno nel Parlamento repubblicano, vol.II, op.cit., p.364. 13 Ibid., p.382. 14 Ibid., p.369.
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Il problema meridionale e i comunisti italiani (1955-1975)

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Informazioni tesi

  Autore: Antonio Landro
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia
  Relatore: Nicola Tranfaglia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 466

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Parole chiave

cassa del mezzogiorno
compromesso storico
comunismo
industrializzazione
partito comunista italiano
pci
programmazione economica
questione meridionale
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storia d'italia
centrosinistra
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