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''Io non son cieco ne la pittura'' Pietro Aretino e le arti figurative

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una dimensione obiettiva, per evitare di caricarlo di responsabilità di teorico o al contrario di negargli ogni merito. Egli deve essere considerato come un giornalista che, frequentando abitualmente gli artisti, assume una privilegiata posizione di testimone degli eventi artistici che lo circondano. Non ha avuto mai la pretesa di essere un teorico, è un appassionato d’arte che ci ha comunicato le sue impressioni e che, grazie alla sua istintiva capacità di cogliere l’arte senza grossi approfondimenti, ha amato senza pregiudizi l’arte del suo tempo. Con Tiziano, egli instaura un vero e proprio sodalizio, che si basa su particolari «affinità elettive». Egli individua il tratto caratterizzante della pittura del cadorino nel «colorito» morbido e vivo. Le descrizioni ecfrastiche e le lodi dei dipinti tizianeschi denotano una forte simbiosi tra la sua penna ed il pennello del Vecellio. Il momento più alto di questa simbiosi arte-letteratura si compie nella celeberrima lettera sul Canal grande, dove l’Aretino trasforma il paesaggio veneziano in un immaginario quadro tizianesco, realizzato con la sua felice vena descrittiva. La linea guida dell’interpretazione aretiniana dell’arte è data dalla «maraviglia», che nel Tiziano è suscitata dal colore, in Michelangelo dalle figure, grandi oltre il naturale. Proprio il Buonarroti resta per l’Aretino un mito irraggiungibile: è l’unico artista contemporaneo che non gli concede alcun cenno di stima. Nelle missive che l’Aretino gli scrive è evidente la venerazione per l’arte michelangiolesca. Tale ammirazione, tuttavia, viene nel tempo raffreddata dall’indifferenza del Buonarroti e dall’esigenza dell’Aretino di riproporre nuovamente la sua immagine nel clima dell’incipiente Controriforma. È così che la famosa lettera sul Giudizio finale, scritta nel ’45 come amaro sfogo di fronte al comportamento del Buonarroti, diviene, in un secondo momento, nelle mani del flagello dei principi uno strumento opportunistico per rivalutare la propria immagine immorale nel nuovo contesto rigorista e per dar voce alle critiche, che coglie nell’aria contro i nudi dell’affresco. Malgrado l’epilogo poco amichevole, resta il dato inconfutabile dell’amore artistico che l’Aretino prova per il Buonarroti. Parallelamente ai colori vivi di Tiziano, egli riesce ad apprezzare l’evidenza plastica del disegno michelangiolesco. Non sa, tuttavia,
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Informazioni tesi

  Autore: Teresa Gravante
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Pasquale Sabbatino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 260

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Parole chiave

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pietro aretino
storia della letteratura italiana
arti figurative
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