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Un nuovo approccio allo sviluppo territoriale: il marketing d'area ed alcune esperienze di agenzie europee

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CAPITOLO 1 GLI INVESTIMENTI DIRETTI ESTERI Par. 1.1. Inquadramento teorico-definizionale Definizione degli IDE I flussi internazionali di capitale privato si possono classificare in diverse tipologie tra le quali spiccano per importanza: da un lato gli investimenti diretti esteri e dall’altro gli investimenti cosiddetti di portafoglio. Nonostante vi siano molti criteri di distinzione, quello che ci interessa di più ai fini di questo lavoro è sostanzialmente incentrato sul controllo della partecipazione acquisita con l’investimento. Con tale impostazione possiamo sostenere che gli IDE sono o investimenti di capitali tesi a realizzare ex novo un’unità produttiva (di logistica, di R&S, commerciale) oppure ad acquisire il controllo di una già esistente, mentre quelli di portafoglio sono definibili come investimenti finanziari che non consentono il controllo d’impresa. 1 Sembrerebbe, apparentemente, esserci lieve differenza tra le due forme d’investimento. In realtà, se confrontiamo i dati degli anni ’30 e del dopoguerra, riscontriamo un andamento sostanzialmente differente. Infatti, se negli anni ’20 negli USA il comportamento degli IDE e degli investimenti in portafoglio era simile 2 , negli anni ’30, di fronte al calo sostenuto degli investimenti in portafoglio, gli IDE hanno registrato una leggera flessione, mentre dopo la seconda guerra mondiale, dinanzi ad un’espansione consistente degli IDE, gli investimenti di portafoglio sono cresciuti solo parzialmente. Cenni su alcune teorie degli IDE L’importanza degli IDE 3 è tale da aver attratto l’interesse di numerosi studiosi di economia, che hanno cercato di spiegare tale fenomeno con delle teorie non sempre esaurienti. Un primo tentativo valido di concettualizzazione del fenomeno si struttura a partire dal fallimento della teoria del tasso d’interesse 4 . Tale approccio classifica gli 1 Diverse sono le definizioni di controllo a dimostrazione del fatto che non vi sia un’unanimità di consenso circa la sua valutazione. Il Department of Commerce degli Stati Uniti, ad esempio, ha stabilito che se un’impresa estera è controllata totalmente da una holding statunitense si hanno i presupposti per il controllo, così come è sufficiente il 25% del capitale della consociata o il 50% del capitale di essa, anche se nessuno gruppo detiene da solo il 25% ma insieme ad altre holding americane raggiunge il 50%, per poter parlare di partecipazione estera di controllo. Il Fondo Monetario Internazionale, invece, considera “controllata” l’impresa estera nella quale il partecipante investitore esercita una funzione direzionale-manageriale a prescindere dalla quota di capitale detenuta. Pertanto, il FMI ritiene che il controllo dell’attività d’impresa dipenda dagli interessi durevoli che l’investitore ha all’interno dell’organizzazione e non dalla quota di capitale sociale posseduta. 2 Per il primo 7,5 miliardi di dollari, per il secondo 8,1 miliardi di dollari. 3 Nel paragrafo successivo verranno esposti convincenti argomenti sulla sua importanza. 4 Si veda S. HYMER, “ L’impresa Multinazionale ”, EINAUDI, Torino, 1974. Le difficoltà riscontrate nell’applicazione di questa teoria risiedono nell’aver voluto spiegare gli investimenti in partecipazioni

Anteprima della Tesi di Andrea D'orazio

Anteprima della tesi: Un nuovo approccio allo sviluppo territoriale: il marketing d'area ed alcune esperienze di agenzie europee, Pagina 2

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Andrea D'orazio Contatta »

Composta da 220 pagine.

 

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