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Le organizzazioni territoriali dell’innovazione, il caso Sophia Antipolis

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Nel parco devono trovare dunque sede strutture di studio e di ricerca che consentano di provocare il mutamento tecnologico e che siano in grado di collegarsi con la produzione a grande e piccola scala. E’ ormai largamente acquisito che le piccole e medie imprese, e non solo i grandi colossi nazionali e multinazionali, possono introdursi con successo, grazie anche alla loro flessibilità e plasticità, in esperimenti di questo genere. La stretta correlazione tra ricerca, università e sviluppo economico consente l’affinamento del know how, la messa a punto di nuove tecniche, la riduzione dei costi, l’aumento della produttività. Alla base della fertilizzazione incrociata tra università ed impresa è la condizione che l’una vada oltre i compiti tradizionali di didattica e ricerca, e che l’altra sia disposta a correre il rischio di nuove iniziative, di nuovi investimenti, di nuovi prodotti, stabilendo alleanze strategiche di vario genere anche, e soprattutto, internazionali. Tra l’altro nell’ambito della Comunità Europea, il programma COMETT, adottato nel 1987, punta proprio su questi obbiettivi di cooperazione internazionale tra imprese e università, per favorire una diffusione delle tecnologie avanzate, una formazione professionale progredita, uno spirito imprenditoriale aperto all’innovazione. In queste stesse linee strategiche sembrano appunto collocarsi istituzioni come i parchi scientifici. Anche per l’ampliamento progressivo degli orizzonti operativi, si rende qui indispensabile una proficua collaborazione tra sfera pubblica e sfera privata. Certo questo rapporto dipende
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Le organizzazioni territoriali dell’innovazione, il caso Sophia Antipolis

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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Langkraer
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia Aziendale
  Relatore: Paolo Ghelardoni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 263

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