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Organizzazione dei medici e politica sanitaria durante gli anni del fascismo attraverso i dibattiti nelle riviste mediche dell'epoca

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8 venivano assistiti mediante l’opera del medico condotto e dell’ostetrica condotta e potevano essere ricoverati nelle opere pie ospedaliere che si finanziavano attraverso le rendite patrimoniali, la beneficenza, la carità, i contributi dei comuni e i pagamenti delle società di mutuo soccorso per le cure dei soci. Restavano esclusi dalla tutela pubblica i non poveri che vengono assistiti prevalentemente a domicilio dai medici libero-esercenti, essendo le cure ospedaliere a pagamento assai poco diffuse. Per quanto riguarda l’esercizio farmaceutico, «il codice crispino ne proclamava la massima libertà rinviando ad una legge organica, da approvarsi entro cinque anni, la sistemazione dell’intera materia» 8 . Il raggiungimento di un primo risultato nell’affermazione della professionalità dei medici, attraverso la suddetta riforma Crispi-Pagliani del 1888, che aveva escluso dalla categoria medica quanti non avevano conseguito una laurea o un diploma di abilitazione in un’università o istituto autorizzato, sembrò dunque porre le fondamenta del loro processo di professionalizzazione. In questo processo però la classe medica restò ai margini, poiché la classe politica volle attraverso la riforma detenere il controllo delle scelte di politica sanitaria, delegandola alla burocrazia ministeriale e riservando ai medici semplici funzioni consultive; inoltre il carico delle spese per la sanità gravava in larga parte sui municipi, che pagavano gli stipendi ai medici condotti, le medicine ai poveri e i rimborsi per i ricoveri ospedalieri, mentre i fondi del Ministero dell’Interno risultavano molto più esigui ed erano riservati a poche e non rilevanti voci di bilancio. Infine se la legge Crispi riconobbe con un apposito disposto il ruolo preminente dei medici laureati, rimase ancora vaga e non definita la posizione di altre categorie di operatori sanitari, come i medici stranieri ed i farmacisti mentre i per i liberi professionisti non era stato ancora compiuto il percorso istituzionale verso una completa legittimazione. Così sul finire del secolo, poiché le forme di rivendicazione attuate dall’associazionismo medico , si dimostrarono incapaci di corrispondere alla molteplicità di interessi e di esigenze, le strategie ritenute più adatte al conseguimento del monopolio professionale vennero perseguite attraverso la creazione degli Ordini professionali 9 . Essi nacquero, come associazioni volontarie costituite a livello provinciale da medici, farmacisti e veterinari, in varie città d’Italia nell’ultimo ventennio dell’800. I primi organismi di questo tipo sorsero a Milano (1887), Napoli (1888), Venezia (1889) e nel decennio seguente l’esperienza interessò gran parte delle province italiane. Con maggiore determinazione rispetto alla fase precedente, gli Ordini rivendicarono fermamente il ruolo di unici garanti e controllori delle professioni sanitarie, depositari degli albi professionali, 8 G. Vicarelli, Alle radici della politica sanitaria in Italia – Società e salute da Crispi al fascismo, Bologna, Il Mulino, 1997, pp.89-97. 9 P. Frascani, I medici dall’Unità al fascismo, in Storia d’Italia, Annali 10, Torino,G.Einaudi editore, 1996,»»pp.156- 157
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Organizzazione dei medici e politica sanitaria durante gli anni del fascismo attraverso i dibattiti nelle riviste mediche dell'epoca

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Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Ferronato
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Stefano Cavazza
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 102

FAQ

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Parole chiave

classe medica
riviste mediche
storia d'italia
storia contemporanea
politica sanitaria

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