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Coscienza, autoriflessività e paradossi: la teoria del ''doppio legame'' di G. Bateson

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11 «Usiamo quindi la chiave come materia, come leva per ruotare il meccanismo di bloccaggio. Ma, senza una configurazione di accoppiamento (in questo caso la serratura specifica in grado di riconoscere, ricevere e agire sull'informazione contenuta nella configurazione di tacche della chiave), la chiave diviene inservibile come messaggio. Se non si può più stabilire la connessione tra le due configurazioni di varietà strutturata, la chiave diviene utile soltanto come pezzo di metallo, e l'informazione in essa codificata, pur sempre visibile, si è ridotta allo status di varietà incodificata, o rumore.»[Wilden 1978a, p.582] Gli esempi si potrebbero moltiplicare, basti pensare alla differenza informazionale contenuta in una stessa frase, ascoltata da destinatari diversi. Dunque l'ipotesi di una misura dell'informazione valida oggettivamente non riesce a convincere, per il suo disinteresse al problema del significato e del soggetto recettore. La considerazione di quest'ultimo non può che riportare l'attenzione al rapporto tra informazione e ambiente circostante: in questo caso l'unità informativa è in un rapporto “ecologico” con i meccanismi di decodifica, ed è “l’ambiente sistemico” che decide la quantità di informazione presente in esso. Dubbi analoghi sulla scissione tra informazione e significato, sono espressi da E. Agazzi: «Mi chiedo allora: come è possibile proporre, da un punto di vista direttamente logico, che la misura di informazione costituisca un qualche cosa che ha un riferimento esatto a “ciò che è già noto” e che è una funzione crescente di “ciò che non ci si attende”, senza riferirsi al significato delle conoscenze di cui si dispone e al significato del messaggio ricevuto? [...] Per valutare l'informazione, è obbligatorio riferirsi a un significato che dipende dal singolo osservatore. Se non si tiene conto di questo, penso che non sarebbe mai possibile distinguere i messaggi dal rumore di fondo. [...] Si presenta, allora, un problema filosofico molto profondo e molto arduo: è possibile, nella Teoria dell’informazione, fare a meno dell’intenzionalità? [AA.VV. 1974, p.46-7] Anche se Agazzi arriva a parlare di intenzionalità, questo non deve fuorviarci: il problema, dal nostro punto di vista, non è quello del rapporto intenzioni-informazioni, ma della dialettica tra informazione e ambiente sistemico: una proteina può ben reagire ad un determinato enzima, e non ad un altro; in questo caso la misura dell'informazione non è data né dal rapporto messaggio- molteplicità (Bits) né da un'ipotetica “intenzionalità” della proteina! Ciononostante, affinché l'informazione contenuta nell'enzima sia significativa (cioè provochi un cambiamento) è necessario un “sistema biologico” che accetti l’informazione codificata in esso. Questo senso di “informazione”, intesa molto genericamente come rapporto tra messaggio e contesto, è quello che Bateson propone, e che G. De Michelis riprende in un suo saggio dove analizza il rapporto tra informazione, comunicazione e “ascolto”:
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Informazioni tesi

  Autore: Giacomo Mason
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1993-94
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Edoardo Ballo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 138

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