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Il reinserimento dei perseguitati razziali nel secondo dopoguerra. L'itinerario della legge n. 96 del 10 marzo 1955

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Introduzione perchè eccedenti la "quota consentita" pro-capite ammessa dalla legislazione razziale o ancora studi l'attribuzione di pensioni e vitalizi agli ex perseguitati razziali. Contribuisce poi a rendere più evidente l'esigenza di un approfondimento riguardo all'applicazione della normativa restitutoria, il contrasto profondo, che non si può fare a meno di cogliere, tra la memorialistica e certe posizioni politico-istituzionali, assunte anche di recente, proprio sul ruolo dello Stato e delle istituzioni in merito alla problematica del ritorno dei sopravvissuti ed ancor più sul loro reinserimento nella vita civile. "Essere sopravvissuti è una fortuna che ha un prezzo alto" 1 : questo è un pò il leitmotiv che percorre tutti i racconti di chi è tornato dal Lager. In essi sembra prevalere l'idea di una precarietà che non ha rimedio e che lo Stato non ha contribuito a far superare: "Aiuterebbe a superarla un quadro di vita e di lavoro sereno e garantito, dove chi è stato tanto a lungo schiacciato dall'ambiente torni a sperimentare la possibilità di controllarlo in modo positivo. Ma per la maggioranza dei sopravvissuti avviene proprio il contrario: disoccupazione o condizioni di lavoro durissime, una repressione antipartigiana e antioperaia ricordata con amarezza proporzionale al sacrificio patito; una vita soffocata dalle preoccupazioni materiali, un'assistenza praticamente inesistente per malattie che durano anni, il risarcimento sempre rimandato; mentre si vedono vecchi fascisti fare carriera, e l'ingiustizia restare quella di prima" 2 . Dalle testimonianze emerge come dato costante di sottofondo, la precaria e improvvisata accoglienza per tutti i sopravvissuti, sostenuta più dall'iniziativa dei singoli e dalle istituzioni religiose che dalle autorità pubbliche. Eppure, forse più di tali carenze di fronte alle necessità minime, ha pesato il pretendere dai sopravvissuti un "reinserimento rapido e socialmente indolore" 3 , privo di comportamenti conflittuali. L'incapacità della collettività di comunicare con chi era tornato dall'esperienza del Lager ha costituito il fattore che più ha pesato sulle possibilità di una loro riaggregazione. La chiave di lettura principale attraverso la quale il sopravvissuto si sarebbe posto in relazione col mondo esterno, con la famiglia, il lavoro e l'ambiente in genere, all'indomani del suo ritorno, sarebbe divenuta la deportazione. Nella società italiana del dopoguerra invece quella chiave di lettura mancò 1 A. BRAVO D. JALLA, La vita offesa, Milano, F. Angeli, 1992, p. 352. 2 Ibid, p. 352. 3 Ibid, p. 351. 6
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Informazioni tesi

  Autore: Elisabetta Corradini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1995-96
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Fabio Levi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 207

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