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Istituzione penitenziaria e organizzazione: il ruolo delle risorse umane nelle interazioni con i detenuti

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16 collocazione accidentale in un gruppo di lavoro, in un braccio o con un compagno di cella o dall’accettare o meno i principi assoluti e le consuetudini della cultura della prigione. Altri fattori rilevanti sono l’età, il tasso di criminalità, la nazionalità, la razza, i condizionamenti regionali, ed ogni fattore è più o meno connesso con tutti gli altri. Clemmer riesce a mostrare come le variabili esterne, ovvero l’ambiente economico e sociale da cui provengono i detenuti, influenzano fortemente la vita interna al carcere creando forme di divisione di classe tra i detenuti. Per il suo carattere etnografico tale analisi, come ci dice lo stesso Santoro, non si presta ad essere generalizzata, ma contiene comunque una tesi forte: “il carcere non ha alcun potere deterrente o rieducativo, ma tende anzi a produrre dei delinquenti sempre più incalliti” (Santoro, 1997: 39). Da una parte “per ben pochi individui la pressione e la durezza della vita carceraria rappresentano uno shock tale che essi sono veramente ‹terrorizzati› dall’idea di ulteriori avventure criminali”. Dall’altra “quando si parla di ‹riabilitazioni 26 › con riferimento ai veri criminali, si parla del tipo di ‹trattamento› che li tiene in prigione fino a quando essi non raggiungono un’età tale che non hanno più sufficiente vigore fisico o mentale per commettere altri crimini”. Se qualche volta il carcere ha apparentemente un effetto riabilitante questo “avviene a dispetto delle influenze dannose della cultura carceraria” (Clemmer 1941, tr. it. in Santoro, 1997:214). Ma cosa intende Clemmer col termine “prigionizzazione”? Si tratta di un processo graduale, lento, progressivo nel tempo, ma caratterizzato da fasi alterne e stadi differenziati e talora irreversibile, che culmina nell’identificazione più o meno completa con l’ambiente. Si intende quindi, l’effetto globale dell’esperienza carceraria sull’individuo, una sorta di assuefazione allo stile di vita o, nelle parole dello stesso autore, “l’assunzione in grado maggiore o minore del folklore, dei modi di vita, dei costumi e della cultura generale del penitenziario” (Clemmer 1941, tr. it. in Santoro, 1997:206). Le esigenze di ordine, di controllo e di sicurezza inducono l’istituzione penitenziaria a ricercare ed alimentare l’uniformità degli atteggiamenti e dei comportamenti dei detenuti, attraverso l’imposizione di “valori” comuni. Questi “valori” altro non sono che i prodotti delle finalità e delle funzioni carcerarie, indotti in vari modi, esplicitamente o implicitamente, tramite un lento e spesso inconsapevole processo di assimilazione 27 . “L’assimilazione implica un processo di acculturazione in un gruppo i cui membri in origine erano chiaramente differenti da quelli del gruppo con cui si mescolano. Essa implica che l’assimilato venga a condividere i sentimenti, i ricordi e le tradizioni del gruppo preesistente” (Clemmer 1941, tr.it. in Santoro, 1997:206). Sebbene questi cambiamenti non avvengano in tutti gli individui, tutti subiscono in certa misura la prigionizzazione. Attraverso la prigionizzazione, l’istituzione penitenziaria tende ad eliminare le differenze individuali nei soggetti ivi rinchiusi, fagocitandoli. I bisogni, i desideri e le esigenze personali del detenuto sono, così, annullati e sostituiti da altri eteroindotti e più coerenti con le finalità dell’istituzione. Il processo di “prigionizzazione” alimenta e approfondisce 1’antisocialità del detenuto rendendolo succube della subcultura della comunità carceraria e della sua ideologia. Ci dice Clemmer che “il mondo del detenuto è un mondo atomizzato. La sua popolazione è fatta di atomi interagenti in modo confuso. È dominata e si sottomette. La sua comunità è priva di una struttura sociale ben definita. I valori riconosciuti producono una miriade di attitudini confliggenti […]. È in questo complesso groviglio del mondo della prigione che arrivano i detenuti appena condannati. La maggior parte degli uomini che entra in prigione è confusa ed incerta sul mondo sociale che hanno lasciato. Sono preoccupati per se stessi e le loro filosofie di vita sono spesso in uno stato fluido. Sono ansiosi per il 26 Tra l’ampia conoscenza di detenuti compiuta durante la ricerca dall’autore, quelli che sono stati migliorati o riabilitati erano soggetti che, in primo luogo, non avrebbero mai dovuto essere condannati al carcere, e che, in secondo luogo, erano o particolarmente acculturati, o prigionizzati soltanto ad un grado molto basso. 27 Dice Clemmer che il primo e più ovvio passo di integrazione riguarda lo status del soggetto che entra in prigione. Egli diventa una figura anonima in un gruppo subordinato. Un numero sostituisce un nome, indossa i vestiti dei membri del gruppo subordinato, è interrogato e ammonito. Presto impara i ranghi, i titoli e l’autorità dei vari ufficiali come velocemente impara lo slang e il gergo della prigione pur non adoperandolo (Clemmer 1941, tr. it. in Santoro, 1997:206).
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Istituzione penitenziaria e organizzazione: il ruolo delle risorse umane nelle interazioni con i detenuti

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Informazioni tesi

  Autore: Tiziana Pentassuglia
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Fabrizio Battistelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 275

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