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Istituzione penitenziaria e organizzazione: il ruolo delle risorse umane nelle interazioni con i detenuti

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11 L’internato percorre nella sua carriera 7 morale diverse fasi di adattamento; queste vanno dal “ritiro dalla situazione 8 ”, alla “linea intransigente 9 ”, alla fase di “colonizzazione 10 ”, ed infine alla “conversione 11 ”. Questa carriera morale inizia con la costruzione, da parte dell’internato, di una storia biografica da poter raccontare, in cui il sé diviene il punto focale e serve per giustificare la degradazione nella quale si trova. Il “tempo morto” trascorso in un’istituzione totale pone gli internati alla continua ricerca di attività di rimozione, alcune delle quali collettive, come i giochi nei prati, i balli, la lettura, etc. Nelle parole di Goffman: “ogni istituzione totale può essere considerata come una sorta di mare morto, nel mezzo del quale pullulano piccole isole di attività vitali e molto stimolanti” (Goffman, 2001: 96). L’individuo che avrà trascorso un sufficiente periodo all’interno di un’istituzione totale avrà esperito una tale alienazione che si manifesterà in perdita o mancanza di cognizioni 12 circa alcune abitudini ritenute indispensabili nella società libera. Siamo dinanzi al processo che Goffman definisce col termine “disculturazione 13 ”. Al momento della dimissione il soggetto sarà solito domandarsi: “ce la farò fuori?” e tale ansia potrà essere interpretata come l’essere ancora “malato” per far fronte alle responsabilità dalle quali l’istituzione totale lo ha liberato. L’esito finale sarà, per l’ex internato, lo sforzo di nascondere il suo passato avendo vissuto una condizione sfavorevole tale da avergli inflitto uno stigma che si sforzerà di nascondere per tentare di “passare oltre”. Si troverà a dover vivere limitato nella propria libertà e a dipendere ancora dall’istituzione che lo ha in qualche modo affrancato. Tale è la situazione di chi esce di prigione e mantiene un impegno formale con l’amministrazione come l’obbligo di presentarsi regolarmente al controllo e di tenersi lontano dai circoli dai quali proveniva prima dell’arresto. 7 Il concetto di “carriera”, tratto dalla sociologia delle professioni, descrive le sequenze interattive in cui un attore viene socialmente costruito come “problema relazionale”, malato e infine internato. Tale concetto è centrale nella cosiddetta labelling theory, una corrente di ricerca della sociologia americana che ha studiato, a partire dagli anni Cinquanta, i meccanismi di definizione sociale della devianza (Dal Lago, 2001). Tale concetto, per Goffman, presenta contemporaneamente due facce: ƒ una si ricollega a meccanismi interni, come l’immagine di sé ed il sentimento di identità; ƒ l’altra appartiene ad un complesso istituzionale che proviene dall’esterno e riguarda la posizione ufficiale, la figura giuridica, lo stile di vita (Goffman, 2001). 8 In questa prima fase, l’internato “ritira” apparentemente l’attenzione da tutto, riducendola ai soli eventi relativi al proprio corpo. Si tratta della fase di “regressione” che rappresenta lo stesso tipo di adattamento della “psicosi carceraria” o dell’ “istituzionalizzazione” (Goffman, 2001). 9 In questa seconda fase, l’internato sfida intenzionalmente l’istituzione rifiutando, apertamente, di cooperare con il personale. Il fatto di continuare a rifiutare l’istituzione totale richiede spesso di mantenere un certo interesse nei confronti della sua organizzazione formale, e quindi, paradossalmente, un tipo profondo di coinvolgimento nell’intera istituzione (Goffman, 2001). 10 Questo terzo tipo di adattamento dà all’internato l’idea di vivere la parte di realtà fornita dall’organizzazione come se si trattasse di tutta la realtà, tale da costituire per lui un’esistenza stabile e relativamente felice, basata sul massimo delle soddisfazioni che l’istituzione può offrire. Il mondo esterno diviene un termine di paragone per dimostrare la desiderabilità della vita istituzionale. Per i “coloni” potrebbe essere necessario commettere delle infrazioni per trovare un modo, apparentemente involontario, di continuare la detenzione (Goffman, 2001). 11 In questo ultimo tipo di adattamento il paziente sembra assumere su di sé il giudizio che in genere lo staff ha di lui tentando di recitare il ruolo del perfetto ricoverato. Segue una linea maggiormente disciplinata presentandosi come colui che mette a completa disposizione dello staff il suo entusiasmo istituzionale. Possono essere offerte due possibilità di conversione: ƒ una per il nuovo entrato, che può adottare dopo un certo travaglio interno per arrivare ad assumere il giudizio psichiatrico fatto su di lui; ƒ l’altra per il cronico, che adotta il modo di fare dei sorveglianti aiutandoli anche a trattare gli altri pazienti con una severità che supera talvolta quella dei sorveglianti stessi (Goffman, 2001). 12 Dall’intervista riportata in Il carcere in Italia al detenuto B: “sai che cosa pensi in quel momento? Senti che sei stato escluso da due sistemi, cioè non sei né fuori né dentro…sei lì solo, non hai più niente perché prima sei stato escluso da un sistema e ti hanno messo dentro […] lì in carcere stavi male senz’altro, comunque c’era questo ambiente che ti eri creato, invece fuori non hai più niente, assolutamente niente, non sei né in un sistema né in un altro, sei fregato, ecco la parola. Questa penso sia la vera situazione. Per questo credo si determini questo panico, questa angoscia, perché l’angoscia è quando tu non sai dove appoggiarti… e anche se incontri delle persone, amici, così, che ti salutano “ciao come stai”, senti proprio quasi fisicamente questo distacco che non riuscirai mai più a colmare anche se l’amicizia che prima ti legava a queste persone continua… ti fanno sentire che sei un escluso. Credo veramente che la galera ti escluda da tutte le cose, come il manicomio, penso che sia la stessa cosa”, (Ricci, Salierno, 1971: 296). 13 Tale meccanismo è lo stesso che Salierno e Ricci individuano all’interno del carcere, infatti, la procedura d’ammissione nello stesso, provoca nell’arrestato il “fermo” del suo mondo culturale. Se la detenzione si prolunga egli regredirà sino all’incapacità permanente ad affrontare i normali fenomeni del vivere sociale, una volta riacquistata la libertà (Ricci, Salierno, 1971).
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Istituzione penitenziaria e organizzazione: il ruolo delle risorse umane nelle interazioni con i detenuti

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Informazioni tesi

  Autore: Tiziana Pentassuglia
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Fabrizio Battistelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 275

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