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Processi decisionali e movimenti di protesta tra scienza e politica. Una comparazione tra Italia e Francia sul caso alta velocità

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12 Per decenni la realizzazione di un’autostrada come la localizzazione di un polo industriale o di una centrale elettri- ca veniva immediatamente associata ad un idea positiva di sviluppo. Oggi non è più così, o almeno non è scontato che accada ovunque. Perché è cambiato il rapporto che le comunità hanno con il proprio territorio e la difesa dell’identità e qualità diventa un fattore che unisce nella dif esa da trasf ormazioni che potrebbero modif icarle [...] Allora all’ingegneria veniva demandato il compito di costruire un segno tangibile della presenza infrastrutturale, nella consapevolezza del grande ruolo simbolico e formale. Mentre oggi a ponti, viadotti, svincoli, tangenziali è associata un immagine il più delle volte negativa, di congestione e inquinamento, oltre che detrattiva di contesti urbani e paesaggi. In qualche modo l’idea di infrastrutture che allora si associava con un’idea di sviluppo quantita- tivo e infinito non vale più perché deve fare i conti con i limiti di un territorio prof ondamente trasformato [Zanchi- ni 2007, 1]. Tornando alla divisione di massima in cui viene suddivisa la letteratura relativa ai conflitti, secondo una visione strettamente legata agli interessi materiali situazioni di questo tipo vengono solitamente etichettate come “sindrome Nimby”, che indica il rifiuto di localizzazioni indesiderate da parte di popolazioni locali, mosse da preoccupazioni prevalentemente egoistiche relative al rischio percepito di perdita di uno status, della caduta di valori immobiliari del territorio inte- ressato, o di pericolosità dell’opera per la salute e la qualità della vita. In quest’ottica, i comitati di cittadini impe- gnati in azioni di questo tipo sono stati def initi come la perfetta illustrazione del comportamento da free-rider, cioè del rif iuto di pagare i costi necessari al raggiungimento di beni collettivi, e l’atteggiamento dei loro attivisti viene descritto nei termini della mobilitazione di individui razionalmente egoisti che sul modello dell’homo oeconomi- cus agiscono in base ad un calcolo dei costi e benefici personali [Caruso 2006a]. Secondo tale concezione il conflitto contrappone la ragione pubblica all’interesse privato [Rawls 1997], coloro che sos tengono di rispondere a bisogni collettivi di sviluppo economico (i buoni e i lun- gimiranti) a coloro i quali, opponendovisi, sembrano essere guidati solo da egoistici interessi locali (Nimby) [Padovan 2011, 8]. Per una visione i ngenua di questo ti po, tu tto sarebbe riconducibile ad inte- ressi economici, alla concentrazione dei costi sociali su un territorio ristretto a fronte di benefici diffusi [Bobbio 1994; 2002c], e il conflitto facilmente sanabile attraverso la previsione di compensazioni mate- riali [Maffii e Paroli n 2011]. S econdo Lafaye e Thévenot [1993, 511-512], tu ttavi a, le comuni tà locali è proprio questo che contesterebbero, vale a dire la visione del territorio come merce, ridotto a questione tecnica ed economica come nell’analisi classica di Polanyi [2000]. In realtà Bobbio [2011] considera almeno cinque modi di concettualizzare i conflitti territoriali: a) come manifestazioni particolaristiche che impediscono il soddisfacimento di interessi generali; b) come l’effetto di attori interessati che stru- mentalizzano a proprio vantaggio le paure delle popolazi oni; c) come l’esi to della sproporzione tra costi concentrati e benefici diffusi; d) come reazione a rischi inaccettabili; e) come resistenza dei luoghi ai flussi che li invadono; f) come richiesta di un diverso modello di sviluppo. Le ultime tre spiegazioni fanno riferimento a problematiche differenti rispetto ai presunti interessi egoistici delle comunità locali, le quali invece, in base alla seconda visione del conflitto, arriverebbero processualmente a mettere in dubbio la stessa sussistenza del presunto interesse generale [Bobbio e Lazzeroni 2002]. Anche la visione “compassionevole” che riconosce agli oppositori la scusante dei costi concentrati, parte i nfatti dal presuppos to che l ’intervento previsto rappresenti un i ndiscutibile bene in sé (i n base alla cosiddetta “ideologia delle grandi opere” [Zeppetella 2009]), e il problema alligni solo alla distribuzione di costi e benefici in termini razionali, non prendendo in considerazione i costi e benefici politici. La reazione delle comunità etichettate come Nimby è quella di considerare se stesse quali portatrici dell’interesse generale, e di vedere il problema non in benefici diffusi a fronte di costi concentrati, ma all’opposto in benefici concentrati sui pochi che avrebbero da guadagnare dalla realizzazione di opere considerate inutili, secondo il principio che «pochi policy makers considerano il criterio del beneficio sociale come rilevante rispetto ai loro obiettivi, che sono più limitati. Se il legislatore prende i costi di una decisione e li spalma su tutti i cittadini, o li camuffa in qualche altro modo, e concentra i benefici su
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Processi decisionali e movimenti di protesta tra scienza e politica. Una comparazione tra Italia e Francia sul caso alta velocità

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Informazioni tesi

  Autore: Valerio Lastrico
  Tipo: Tesi di Dottorato
Dottorato in Sociology
Anno: 2011
Docente/Relatore: Ota de Leonardis
Correlatore: MauroBarisione
Istituito da: Università degli Studi di Milano
Dipartimento: Graduate School in Social and Political Sciences
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 534

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Parole chiave

tav
rischio ambientale
movimenti sociali
processi decisionali
expertise
torino-lione
tecnocrazia
conflitti ambientali
arene allargate
alta velocità

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