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Vita di strada e cultura della precarietà

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strada, negli interstizi urbani, nei presunti “nonluoghi” della città, le persone senza dimora costruiscono, inventano, abbandonano e ri-definiscono il loro personale rapporto con la realtà: con la storia, la loro storia; con lo spazio che gli è concesso o che riescono a contendere alla città “domiciliata”; con le persone che hanno accanto e con quelle che incontrano. Tempo, spazio, e relazioni: sono queste le dimensioni elementari lungo le quali si dispiega la vita di queste persone; e la vita di ognuno di noi. 1.2. La vita di strada Il senso delle “considerazioni” che hanno introdotto il presente capitolo è volto a sottolineare, e a motivare, la necessità di allertare lo sguardo scientifico, rispetto a quell’insieme di pre-nozioni ed orientamenti di valore che spesso accompagnano gli studi sulle persone che vivono in strada. Nozioni sulla “povertà”, sull’”intervento sociale” e sulla “devianza”, rischiano, infatti, di emergere – con disinvoltura – come chiavi di lettura di una questione non definita: è mia opinione, infatti, che un’intesa scientifica, e di senso comune, riguardo alla questione delle persone senza una dimora non sia ancora stata raggiunta. Perché si tratta, innanzi tutto, di «una realtà sociale e umana che tende a sfuggire a rigide categorizzazioni amministrative» 4 e a tipologie di carattere scientifico. L’esistenza di chi vive in strada rappresenta, di certo, una realtà complessa che per diverse ragioni si inscrive all’interno delle questioni e delle problematiche di interesse socio-antropologico; ma queste discipline, purtroppo, hanno posto – e si sono poste – troppe poche domande, per poter dare delle risposte significative. Occorre quindi riconoscere che ancora sappiamo poco, molto poco, su questa realtà, per poterla interpretare; ed accettare che molti degli approcci di ricerca, e delle categorie concettuali impiegate, si sono rivelate inadeguate alla comprensione di un “fenomeno” che, al momento, possiamo solo monitorare. Appare dunque necessario muovere i primi passi partendo da acquisizioni elementari e pertinenti. L’obiettivo di un tale “cammino” è quello di imparare – dalla “strada” e dalle “discipline della città” – ciò che va guardato e compreso, e ciò che va rivisto o dimenticato. Attraverso l’approccio etnografico alla realtà in questione; attraverso l’impiego delle categorie teorico-concettuali del sapere antropologico, e della sua peculiare 4 M. Bergamaschi, “Immagine e trattamento delle povertà estreme in una prospettiva storico-sociale”, in P. Guidicini, G. Pieretti, M. Bergamaschi (a cura di) 1995, pag. 36. 9
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Vita di strada e cultura della precarietà

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Informazioni tesi

  Autore: Fabrizio Boni
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Enzo Campelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 163

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