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Vita di strada e cultura della precarietà

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Quanto dice Remotti, oltre a chiarire il rapporto di necessità tra “vita” («corpo») e “spazio”, ci consente di rilevare il nesso concreto attraverso cui si esprime questa necessità: quell’insieme di operazioni, movimenti ed interazioni che qui chiameremo “pratiche vitali”: pratiche abitative, relazionali, fisiologiche, motorie, cognitive, che rappresentano quell’insieme di attività – materiali e simboliche – necessarie alla vita (per riprodurla ed esprimerla), e che necessitano di uno spazio dove realizzarsi. La vita, dunque, esiste perché è corpo, che la fa coincidere con lo spazio in cui si trova; e continua ad esistere perché è un insieme di pratiche vitali, che la fanno necessaria di uno spazio in cui muoversi ed esprimersi. Ebbene, ritengo che la vita di strada sia riconducibile innanzi tutto a questi tre concetti elementari, coincidenti e necessari: corpo-spazio-pratiche. Le persone di strada, o perlomeno quelle che ho incontrato nel corso della mia ricerca, “vivono” di questo: del loro corpo, di ciò che esso riesce a fare ed è in grado di sopportare; degli spazi urbani cui riescono ad accedere, e di cui parleremo tra breve; e delle pratiche vitali grazie alle quali sopravvivono, e attraverso cui esprimono una forma di vita che, sebbene non sia stata scelta, non coincide solamente con la povertà o con l’esclusione sociale. E arriviamo qui ad un punto importante, nella definizione dell’oggetto di questa tesi: un punto che emerge dalla scelta di parlare di vita, anziché vite, di strada. Nella mia ricerca – che fa riferimento ad un campione di ricerca composto da un limitato numero di persone (i 12 componenti del gruppo principale, la “Famiglia di Via Marsala”; ed altre 20 persone, all’incirca, che per ragioni e percorsi diversi sono venute in contatto con essa) – non ho inteso indagare le biografie o le singole esperienze di strada; ho preferito, piuttosto, concentrarmi sulla vicenda relazionale che ha coinvolto, e riunito, i protagonisti di questo lavoro (la Famiglia), e più in generale, sulle pratiche di interazione e relazione che quotidianamente si determinano, e si dissolvono, in strada. Questo orientamento di ricerca, unitamente ai dati osservati e raccolti sul campo, mi hanno indotto a considerare la vita di strada come una esperienza collettiva. Le persone senza una dimora provengono da esperienze biografiche differenti, e vivono la strada in forme spesso molto diverse tra loro. Ciò nonostante la vita di strada è attraversata da complesse relazioni interpersonali mediante le quali si stabiliscono amicizie e collaborazioni, si insegnano e si mostrano pratiche e percorsi possibili, si trasmettono saperi impliciti; in strada valori quali la solidarietà ed il rispetto assumono un’importanza fondamentale, e sebbene non siano “sacralizzati” come norme morali inviolabili, ricoprono una funzione importante all’interno delle relazioni individuali e di gruppo. Ma la vita di 11
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Vita di strada e cultura della precarietà

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Informazioni tesi

  Autore: Fabrizio Boni
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Enzo Campelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 163

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