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I dipinti murali di S. Benedetto in Piscinula a Roma

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Anteprima della tesi: I dipinti murali di S. Benedetto in Piscinula a Roma, Pagina 12
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     La ripresa della tradizione figurativa di matrice tardoantica e paleocristiana fu impiegata 
per celebrare la Chiesa in seguito al Concordato di Worms (23 settembre 1122), che mise 
fine alla lotta per le investiture. Il medium utilizzato per dar corpo ai programmi decorativi 
è ancora, in prevalenza, la pittura murale, anche se si assiste alla ripresa della tecnica 
musiva per la decorazione del catino absidale
39
. Il recupero dell‟arte del mosaico era già 
era avvenuto a Montecassino quasi mezzo secolo prima, stabilendo un precedente al quale 
potrebbero aver fatto riferimento le maestranze romane
40
. Tramite queste tecniche vengono 
                                                                                                                                                                                
medievali, in «Storia dell‟Arte», 44, 1982, pp. 13-29; Matthiae 1988, p. 256; N. Zchomelidse, Santa Maria 
Immacolata in Ceri: pittura sacra al tempo della Riforma Gregoriana, Roma 1996; Parlato- Romano, 1992 
[2001], pp. 159-165. 
La cattedrale di S. Pietro in Tuscania ha subito nei secoli lunghi periodi di abbandono che hanno 
compromesso irrimediabilmente, insieme ai danni del sisma del 1971, i dipinti della zona presbiteriale. Il 
catino absidale ospita l‟Ascensione di Cristo, molto rovinata, sovrastata dal tema apocalittico (che si è 
conservato pressoché integro). È opera del Maestro dell‟abside di S. Pietro, che si distingue per un linearismo 
forte e concitato, forse di ascendenza bizantina desunta dall‟arte campana. Questi affreschi sono stati eseguiti 
contemporaneamente a quelli nella parete destra del presbiterio, con  le Storie apostoliche che si svolgono su 
due registri sovrapposti, ma da pittori diversi dal Maestro dell‟abside, poiché attingono a precedenti 
esperienze romane, sia per la scenotecnica  che nell‟organizzazione del racconto. Solo le figure, nella loro 
gestualità, hanno perso lo slancio, risultando piuttosto formali. Cfr. Matthiae 1988, pp. 29-34 e 256-258; 
Parlato- Romano 1992 [2001], pp. 103-136. 
Nella chiesa di S. Anastasio a Castel S. Elia (Nepi) si conserva ancora in buono stato un vasto ciclo di 
affreschi che occupano l‟abside ed il transetto. La rappresentazione della teofania nel catino absidale riprende 
lo schema dei SS. Cosma e Damiano. Nel cilindro absidale compare una probabile Vergine in trono (perduta) 
affiancata da due arcangeli e da una teoria di sante vergini. Nel transetto, in perfetta prosecuzione con la 
rappresentazione absidale, si sviluppa il tema apocalittico in otto riquadri, annunciato dalla processione dei 
ventiquattro vegliardi che offrono le coppe e da  una teoria di profeti in abiti militari. Ancora più in basso, si 
svolgeva un ciclo andato quasi completamente perduto. La scena maggiormente leggibile è da ricondurre ad 
un episodio della vita di S. Anastasio. Nella fascia che separa il catino dal cilindro absidale sono riportati i 
nomi dei tre pittori che lavorarono al ciclo (Giovanni, Nicola e Stefano), sulla cui identità e sull‟apporto di 
ciascun artista all‟interno delle scene si sono formulate varie ipotesi. Anche se le mani dei pittori sono 
distinguibili fra loro, preme piuttosto sottolineare che il ciclo appare unitario. Cfr. Y. Batard, Les fresques de 
Castel Sant‟Elia et le „Jugement dernier‟ de la Pinacothèque Vaticane, in «Cahiers de civilisation 
médiévale», 1, 1958, pp. 171-178; G. Matthiae, Gli affreschi di Castel Sant‟Elia, in «Rivista dell‟Istituto 
Nazionale di archeologia e di Storia dell‟Arte», 10, 1961, pp. 181-226;  Matthiae 1988, pp. 34-37 e 257-258; 
Parlato-Romano 1992 [2001], pp. 167-178. 
39
 In precedenza, dopo il periodo paleocristiano, i mosaicisti avevano operato sotto Pasquale I (inizio IX 
secolo). G. Matthiae, Mosaici medievali delle chiese di Roma, Roma 1967, pp. 264-267. 
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 Romano (in Id. 2007a, pp. 163-179)  non ritiene verosimile che l‟unica fonte d‟ispirazione tecnica e 
stilistica sia stata, per la bottega operante a San Clemente, l‟esempio cassinese e quello della cattedrale 
salernitana. Kitzinger sostiene che dopo Montecassino, i mosaici di San Clemente si siano ispirati a quelli 
della cattedrale di Salerno, ma lo stile delle figure è profondamente diverso e l‟esperienza clementina coniuga 
elementi bizantineggianti con richiami all‟antico. Uniscono l‟elemento antico dei girali d‟acanto (che si 
ispira, tra l‟altro, ad opere come l‟Ara Pacis) alla Crocifissione centrale, che guarda alle opere della 
stauroteca smaltata ottoniana. Mentre le figure della Vergine e del s. Giovanni possono derivare dall‟arte 
bizantina (cfr. il mantello del s. Giovanni). L‟idea di inserire figurine tra i girali rimanda alla soluzione

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Informazioni tesi

  Autore: Pamela D'andrea
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia dell'Arte
  Relatore: Maria Luigia Fobelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 138

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Parole chiave

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renouveau paléochretién
cicli testamentari

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