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"Il lamento di Danae" - Donne detenute: tra genitorialità e misure alternative alla detenzione

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tecnico e si fonda sullo scarso interesse statistico ed epidemiologico riscosso dal 
tema, mentre la seconda  più profonda tocca le corde degli equilibri familiari, 
verso i quali permane un pudore quasi monastico, nell’immaginare il nucleo base 
della società come luogo di dolore, ed ancor più di fronte alla responsabilità 
avvertita rispetto al danno psicofisico e relazionale subito da un bambino, che 
nella sua condizione di innocenza, si trova a sostenere  un doppio trauma: prima 
la detenzione insieme alla madre e poi l’allontanamento dalla stessa, compiuto il 
sesto anno d’età. L’attuale normativa italiana contempla e riconosce nella teoria 
i bisogni e i diritti del bambino: a) a vivere in modo soddisfacente e completo sia 
il rapporto con la propria mamma, ancor che ristretta, b) ad essere protetto da un 
ambiente difficile ed austero, dove l’esecuzione della pena e la necessità di 
applicare le misure cautelari rischiano di ledere tali basilari necessità, oltre ai 
diritti della donna, come tale, e nel suo ruolo di madre, fino alla considerazione 
dei vantaggi che questi legami producono rispetto al percorso di recupero di un 
reo. Nella pratica, però, tali diritti sono come la fata Campanellino della storia di 
Peter Pan, esistono e costituiscono un motore potente solo nella misura in cui 
qualcuno crede in loro e lotta perché vengano riconosciuti e rispettati, 
diversamente spariscono. Soprattutto dopo la legge n. 62/2011, l’illusione che 
nessun bambino avrebbe più soggiornato in carcere, aveva dato speranza al 
sogno di vedere gli infanti finalmente accolti in case-famiglia o negli istituti a 
custodia attenuata, che tenessero conto delle esigenze del rapporto con la 
madre, e fossero curati da personale specializzato. Ma il sogno si è infranto con 
una realtà, nella quale è avvenuto solo un passaggio dalla detenzione in un 
carcere vero ad uno “camuffato”, poiché crescere dentro mura dalle quali non si 
può uscire con i propri genitori, questo rappresenta. Innalzare, poi, l’età di uscita 
da tre a sei anni sembrava voler eliminare la separazione tra madri e figli, cosa 
in realtà non riuscita nel momento in cui al raggiungimento del sesto anno, la 
madre non aveva tuttavia concluso la sua detenzione. Questa tesi nasce dunque, 
dall’incontro di molteplici desideri: evidenziare, in primis, la contraddizione 
esistente nel concepire una struttura con un ruolo doppio ma contrapposto, 
poiché da un lato detiene il compito basilare di accompagnare nel proprio 
sviluppo evolutivo l’infante, dall’altro però, di reprimere i rei, oltre che di far

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Informazioni tesi

  Autore: Barbara Cadeddu
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2019-20
  Università: Istituto Progetto Uomo - Aggregato alla Facoltà di Scienze dell'Educazione dell'Università Pontificia Salesiana
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Scienze dell'educazione e della formazione
  Relatore: Massimiliano Nisati
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 70

FAQ

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Parole chiave

genitorialità
rinascita
percorsi pedagogici
madri dentro
padri dentro
infanzia reclusa
patto d'alleanza
percorsi difficili
progetti per il futuro
more genitoriale

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