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L'architettura teatrale all'alba del nuovo millennio: le linee ispiratrici, le direzioni evolutive, il rapporto con il contesto urbano

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Anteprima della tesi: L'architettura teatrale all'alba del nuovo millennio: le linee ispiratrici, le direzioni evolutive, il rapporto con il contesto urbano, Pagina 3
Tesi di laurea_FGianstefani_aprile 2007 
 
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In alcuni casi limite, si può arrivare alla frattura di fatto del dialogo e della collaborazione tra questi 
due ruoli essenziali.
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Il vero nodo, a mio avviso (lo dico al termine del mio lavoro di ricerca) va ricercato nella difficoltà 
di conciliare una differente visione del teatro: da una parte quella a volte narcisistica del progettista di 
un oggetto urbano che anche quando si materializza in una forma emozionante o poetica, esprime 
essenzialmente un valore percettivamente e formalmente esterno di “presenza” volumetrica, di segno 
qualificante del suo contesto, che dialoga con l’architettura circostante e con il tessuto urbano più 
generale, diventando in alcuni casi (e molto spesso cercandolo apertamente) un vero e proprio simbolo 
della città. Viceversa, dall’altra parte, a coloro che usano “The House” (la Casa, come lo chiamano gli 
anglosassoni) non interessa tanto una forma quanto un senso ed un ambiente, un luogo ideale 
dell’espressione artistica (nelle sue diverse forme) e che necessita in fondo, di pochi essenziali elementi 
di arredo, ma flessibili ed adattabili alle diverse richieste della scena e del copione. A questi artisti è 
stato insegnato che per fare del teatro bastano “due panche e una passione” o come afferma Firmin 
Gémier
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 il teatro è “una pubblica piazza coperta e riscaldata.” 
Nello scenario odierno con l’invadenza dell’“ipercomunicazione” e con le offerte di tutti gli altri 
media (il cinema, l’home video, la tv in tutte le sue ramificazioni, il direct streaming da Internet su 
computer o sui vari dispositivi portatili di ultima generazione), è in gioco la sopravvivenza stessa 
dell’arte teatrale. 
La comunicazione visiva oggi è digitalizzata, filtrata, elaborata e riprodotta attenuando o 
annullando la distinzione tra virtuale e reale. Questo provoca per reazione, un desiderio di “verità”, di 
concretezza, di contatto fisico vivo, diretto. Ed esattamente in questo il teatro esprime la sua 
peculiarità, la sua magia, la sua ineguagliabile capacità di fondere realtà e finzione e che oggi come ieri 
nasce dall’esigenza profonda dell’uomo di esprimere e comunicare – calandosi nel duplice ruolo di 
attore e spettatore – i sentimenti e le paure dell’esperienza umana: ridere, commuoversi, riflettere, 
sognare; in sostanza di rispecchiarsi, identificarsi in una “proiezione del sé” contestualizzata in un rito 
sociale che lo ha accompagnato fin dalla sua comparsa sulla terra. 
Il teatro nella sua storia ha attraversato fasi nelle quali la presenza delle “opportunità meccaniche e 
tecniche” spostava il centro d’interesse verso queste ultime che non piuttosto sulla qualità del 
contenuto o dell’interpretazione, descrivendo nel corso dei secoli una sorta di parabola il cui punto più 
alto era rappresentato dal maggiore impiego possibile di artifici sul palcoscenico, quasi a voler stupire il 
pubblico con la  predominanza degli effetti scenografici. 
La sperimentazione delle avanguardie teatrali del XX secolo – così come nell’arte e 
nell’architettura - ha di fatto rimesso in gioco ogni regola precostituita, esplorando tutti i territori 
espressivi. Sembra, tuttavia, aver comunque stabilito un punto fermo: oggi, tra tutti i teatri possibili, 
mantiene un suo ruolo importante il teatro “della parola”, recitato, essenziale. 
                                                 
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 A questo tema è stato dedicato un interessante seminario internazionale a Reggio Emilia nell’ottobre 2004, con la presenza di numerosi e prestigiosi 
protagonisti dell’architettura e dell’arte teatrale contemporanea, con l’obiettivo di indagare le relazioni tra il progetto di architettura del teatro e le arti sceniche dal 
titolo: Architettura & Teatro, Seminario internazionale sulle relazioni fra progetto di architettura dei teatri e arti sceniche. 
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 Attore e regista francese (Tonnerre; Parigi 1869 - ivi 1933). Dopo gli esordi in teatri di provincia, si forma al Théâtre Libre di Parigi, fondato e diretto da André 
Antoine. Nella stagione 1895-96 recita al Théâtre de l'Oeuvre, passando così dal naturalismo di Antoine al simbolismo di Lugné-Poe. Nel 1912 fonda il Théâtre 
ambulant, uno dei primi esempi di realtà teatrale decentrata, che sfocerà nel 1920 nella creazione del Théâtre national populaire (Tnp), esperienza ripresa nel 
dopoguerra e portata al successo internazionale da Jean Vilar, il fondatore del festival d'Avignone. La traccia lasciata da G. e raccolta soprattutto da Vilar, è la 
creazione di un grande teatro popolare, accessibile a tutti ma mai commerciale. La sua spinta ideale era concentrata in un entusiastico avvicinamento dei classici al 
grande pubblico, cercando sempre nelle sue rappresentazioni di agire `in sottrazione' nei confronti dell'enfasi recitativa e dell'impianto scenico. Tra le sue regie e 
interpretazioni più significative ricordiamo: Blanchette di Brieux (1892), Venezia salvata di Otway (1895), Ubu re di Jarry (1896) e L'annuncio a Maria di Claudel 
(1920). [http://www.delteatro.it/hdoc/result_spett.asp?idspettacolo=5622] 

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Informazioni tesi

  Autore: Francesco Gianstefani
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Architettura
  Corso: Architettura
  Relatore: Adolfo Sajeva
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 105

FAQ

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