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La comunicazione della diagnosi grave

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Anteprima della tesi: La comunicazione della diagnosi grave, Pagina 3
  
 
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1. Introduzione 
 
Gli uomini sono gli unici esseri viventi che sanno di dover morire. Questa dura 
affermazione potrebbe facilmente trarre in inganno un lettore inesperto. La 
consapevolezza della morte è sempre stata patrimonio dell’uomo ma, complice 
l’evoluzione sociale, nei secoli è stata interpretata dalle persone in maniera radicalmente 
differente. Basti pensare come nelle differenti culture questa concezione si è evoluta. Dalla 
visione di una vita ultraterrena come quella egizia, in cui i faraoni facevano costruire le 
piramidi, case ben attrezzate per la seconda vita, passando per i martiri cristiani o i 
samurai che consideravano la morte, che arrivava difendendo i propri valori, un onore 
(concezione non ancor del tutto svanita, basti pensare ai martiri della Jihad Islamica), si è 
arrivati alle soglie del nuovo millennio in cui la morte in tutte le sue sfaccettature è 
socialmente poco accettata. Di questa nuova concezione della morte ne si hanno 
molteplici riconferme, pensando alla concezione riguardo l’addetto alle pompe funebri 
(visto come uno iellatore), alle diverse forme di protezione che le madri applicano nei 
confronti dei figli per tenerli più a lungo lontano dalla stessa o anche come il medico di 
famiglia abbia cambiato il modo di svolgere il proprio servizio.  
Fino a qualche decennio fa, infatti, il medico di base iniziava il suo lavoro quotidiano 
visitando i malati terminali, anche se spesso poco poteva per queste persone, ma 
fondamentalmente per svolgere una funzione sociale. Così facendo il medico faceva 
sentire il malato ancora partecipe e presente in una vita comunitaria e non abbandonato a 
se stesso e allo sconforto dei familiari. Estremamente sintomatico di questo momento 
sociale è il modo in cui si svolgono le operazioni di preparazione della salma. Oggigiorno 
non sono quasi più pratiche espletate da amici e parenti, ma sono interamente svolte da 
personale specializzato. La pietà di Michelangelo, la madre dolente che regge la salma dl 
figlio, è comprensibile come opera d’arte, ma assolutamente impensabile come evento 
reale. Resta soltanto radicato nell’iconografia cinematografica che tende a rendere 
quell’evento sempre estremamente teatrale e a farlo così rivivere nella quotidianità 
solamente come tale, non più come momento ultimo di una relazione umana.  
Quest’analisi, unita alla personale esperienza vissuta vicino a malati oncologici e alle loro 
famiglie nell’ambito ospedaliero del tirocinio formativo, mi ha spinto a informarmi 
consapevolmente della morte in ambito familiare ma soprattutto clinico, morte che inizia 
con l’informazione della diagnosi.  
Il risultato di questa ricerca, delle esperienze vissute e di una rielaborazione critica di 
entrambe ha portato a questo elaborato. 
 
2. Breve relazione sull’attività e il progetto del tirocinio 
La mia esperienza di tirocinio è stata svolta presso l’istituto clinico Beato Matteo. Questa 
struttura, presente sul territorio vigevanese sin dal 1953, è a oggi uno dei migliori centri 
medici presenti in Lomellina, che punta, come dichiarato nella mission, a tre principali 
esigenze: umanizzazione dell’assistenza, efficacia delle cure ed efficacia della gestione. 
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Informazioni tesi

  Autore: Paolo Mainetti
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Pavia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze psicologiche
  Relatore: Tomaso Vecchi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 21

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