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Leoncavallo: un'impresa per la qualità sociale

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17 Il Welfare statale, dunque, tratta i cittadini, da un lato, come singoli portatori di problemi privati che come tali vengono affrontati; dall’altro, li accomuna in base a un principio classificatorio - le fasce di utenza - che aggrega, ma non socializza, le loro istanze. Producendo così, di fatto, ulteriori separazioni orizzontali all’interno dei fruitori dei servizi. Si sviluppano allora culture della competizione, del particolarismo e della segmentazione che contribuiscono a delegittimare l’edificio complessivo del Welfare, incapace di garantire effettivamente la valenza pubblica dei beni e dei problemi in oggetto, a partire dalla scarsa qualità delle relazioni al suo interno. I diritti sociali sono quindi considerati come il diritto privato: beni e servizi si pretendono da individui o da corporazioni, che ne rivendicano il possesso particolare, ignorando completamente il loro essere pubblici e relazionali. Indivisibili, appunto, se si vuole conservare il loro valore sociale. Il principio redistributivo del Welfare, con il corredo di discussione pubblica sui fini comuni, viene neutralizzato dai conflitti meramente distributivi, nelle dinamiche di competizione per l’accesso a risorse e a benefici. Lo stampo organizzativo del Welfare State tende dunque a generare blocchi comunicativi, separazioni e segmentazioni dei rapporti sociali, isolamento: in breve, privatismo. Come osserva Jürgen Habermas (1992), queste culture e queste pratiche “facilitano un ritiro privatistico dalla cittadinanza”, sottraendo le stesse istituzioni di Welfare allo sguardo e alla parola pubblici e degradandole a meri strumenti, oltretutto inefficienti, del singolo. In questo modo, il Welfare tende a smentire la ragione stessa della sua esistenza, distribuendo beni e servizi nella forma privata invece di produrre beni pubblici, a partire da quello fondamentale rappresentato dalla socialità e dalla partecipazione al discorso sull’utilità collettiva. La risposta che la società ha, nel tempo, elaborato alle contraddizioni del Welfare è stata duplice. Da un lato, ha sviluppato un ampio consenso - accresciuto dall’aggravarsi della crisi fiscale – verso il mercato, quale strumento di regolazione sociale e di allocazione dei servizi più efficiente ed efficace dello Stato, favorendo, come si è detto, la trasposizione dei criteri economici in ambito sociale. Dall’altro, è iniziata quell’opera di trasformazione dell’azione volontaria - nata in seno al Welfare State - in un settore autonomo di intervento sociale, il settore nonprofit, in competizione spesso con lo Stato e tendente a recuperare i rapporti con la sfera produttiva. Questo processo può essere inteso come una riappropriazione della sfera della riproduzione sociale da parte di attori non statali, alla cui base si colloca l’esigenza di porre nuovamente al centro del servizio gli aspetti relazionali e partecipativi, senza tralasciare l’importanza dell’efficienza e dell’efficacia, vale a dire della produttività (Barbetta, 1996; Donati, 1996). Ciò che si va tuttavia perdendo in questa risposta della società civile alla crisi del Welfare è proprio la natura pubblica dei beni e delle relazioni in esso trattate. Lo sviluppo del mercato sociale e dei suoi attori sta infatti comportando un reiterarsi delle tendenze privatistiche, poiché raramente i soggetti del
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Leoncavallo: un'impresa per la qualità sociale

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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Membretti
  Tipo: Tesi di Dottorato
Dottorato in Sociologia
Anno: 2001
Docente/Relatore: Antonio Mutti
Correlatore: Otade Leonardis
Istituito da: Università degli Studi di Milano
Dipartimento: sociologia e ricerca sociale
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 165

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