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Quaestiones Perpetuae

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Anteprima della tesi: Quaestiones Perpetuae, Pagina 7
Introduzione 
valutazione delle fonti lascia arguire che essa fosse un rimedio introdotto dal patriziato nel suo 
esclusivo interesse, al fine di cautelarsi contro i possibili abusi dei suoi magistrati
31
, rimedio 
che, teoricamente, era aperto anche ai plebei, i quali facevano parte del  populus Romanus 
32
 , al 
pari dei patrizi, ma che, in pratica, ben difficilmente essi poterono utilizzare
33
. Con ogni 
probabilità le quaestiones perpetuae sono state, come sostiene V.Giuffrè
34
, una risposta alla 
diffusa richiesta sociale di regole certe in un momento storico in cui nessuno degli ordines 
sentiva di potersi imporre davvero stabilmente. Del resto questa sorta di progresso del sistema  
processuale romano fu l’effetto di scontri politico-sociali e, in ultima analisi, di interessi 
economici: di fronte ad una crisi sociale, per molti versi irreversibile, emersero, prepotenti, le 
pretese di quanti non si vedevano garantiti dalla possibilità di ricorrere al giudizio del popolo
35
. 
Le fonti, inoltre, ci conservano interessanti testimonianze di delitti passibili di pena capitale che 
non finirono mai davanti ai cŏmĭtia
36
…Non si può, inoltre, ignorare la questione delle 
provincae: in ragione della vasta espansione romana extra-italica, un sistema di giustizia penale 
fortemente accentrato nell’Urbs, a tutela esclusiva di quello che veniva definito populus 
Romanus, si dimostrava ormai sempre più inadeguato alle caratteristiche che la repubblica  
andava via via assumendo. Si avvertiva come imperante l’esigenza di una struttura che 
garantisse, finalmente, indistintamente cives romani
37
 e  provinciales
38
, e che facesse fronte alle 
nuove tipologie di reato emergenti proprio nell’ambito delle provincae a danno di intere 
popolazioni, le quali, il più delle volte, non avevano alcuna possibilità di reagire alle angherie e 
                                                 
31
Cfr. Pomponio, D. 1, 2 ,2, 16: ”…ne per omnia (consules) regiam potestatem sibi vindicarent , le gelata factum est, ut ab eis 
provocatio esset neve possent in caput civis Romani animadvrtere iniussu populi…”, B.Santalucia, “Diritto e processo…”, Giuffrè, 
Milano 1998, p.31, cit.6. Ma L.Ammirante ritiene che il riferimento di Pomponio non sia rivolto alla “provocatio…”, bensì “al 
fatto che, essendo due i consoli, si volle costruire il loro potere in modo che in ogni cosa ci si potesse rivolgere ad un console 
perché si opponesse all’altro”. 
32
 B.Santalucia, “Diritto e processo…”, Giuffrè, Milano ’98, p.31. 
33
A.Heuss, “Imperium”, 1944, pp. 104 e ss., pp.118 e ss.; J.Bleicken, “Provocation”, 1959, pp.324 e ss., Si è individuato nella 
“provocatio ad popoulum” un’istituzone specificamente politica, emersa nel corso delle lotte patrizio-plebee, che ottenne sanzione 
legale solo in virtù dell’ultima “ lex Valeria” del 300 a.C.; anche W.Kunkel, “Untersuchungen, München, 1962, pp.24 e ss., 28 e ss.  
34
V.Giuffrè, “La repressione criminale nell’esperienza romana . Profili”, Jovene, Napoli 1998, p.103. 
35
A.Magdelain, “De la coercition capitale du magistrat supérieur au tribunal du peuple”, in Labeo, 33, 1987, pp.147-149, Lo 
studioso si sofferma sul testo restituitoci da Livius 10, 9, 5, della ‘Lex Valeria de provocatione’ del 300 a.C., in cui l’esperibilità del 
diritto di appello al popolo appare circoscritta alla “décapitation par la hache, précédée par la peine accessorie de la 
flagellation”, con esclusione di “toute autre forme d’exécution”- quali la vivicombustione, la “suspensio” all’ “arbor infelix” 
seguita da “verberatio”, la precipitazione dalla rupe Tarpea, menzionate nelle XII  Tavole, il “culleus”, previsto da un anonima 
legge, la sepoltura della vestale impura ancora viva e la fustigazione del suo complice. Magdelain ritiene che lo ‘ius provocationis’ 
sarebbe stato concesso avverso la pena di morte comminata dai consoli ai colpevoli di delitti capitali politici, unici illeciti alla cui 
repressione avrebbero provveduto, in via esclusiva, i supremi magistrati della ‘civitas’ nell’esercizio della loro potesta coercitiva; 
esso non sarebbe stato attribuito contro la pena di morte, irrogata nei modi sopra indicati, irrogata da questori e pontefice 
massimo a coloro che si fossero macchiati di crimini capitali comuni e, rispettivamente, religiosi. 
36
B.Santalucia, “Diritto e processo nell’antica Roma”, Giuffrè, Milano 1998, pp.95 e ss., Se i delitti passibili di pena capitale ( si 
parla in genere di “iudicia populi de capite civis”, v. L.Garofalo, “Appunti sulla repressione criminale della Roma monarchica e 
repubblicana”, Cedam, Padova 1997, cap.IV, cap.V, cap.VI ) non finivano davanti ai “comitia”, è difficile credere che delitti di 
lieve entità, comportanti la semplice applicazione di multe, fossero regolarmente sottoposti al giudizio delle assemblee popolari. 
Cfr. Gellius 3, 3, 15; Valerius Maximus 6, 1, 10; Plinius, “Naturalis Historia” 21, 8 . 
37
A.Guarino, “Storia del diritto Romano”, Jovene, Napoli 1996, pp.190 e ss., per inquadrare il “Civis Romanus” come soggetto 
giuridico nei rapporti di diritto pubblico, nella “respublica” nazionale, era necessario possedere determinati requisiti, ossia: 
l’appartenenza alla specie umana, l’esistenza in ”rerum naturae”, la libertas, la civitas intesa come inerenza alla comunità 
nazionale romana ( per nascita, per naturalizzazione, per manomissione ). Per essere soggetti attivi o passivi dei rapporti privati 
occorreva l’ulteriore requisito dell’«autonomia familiare», vale a dire l’assoluta indipendenza da ogni soggezione ad altrui 
‘potestas’, ‘manus’ o ‘mancipium’. 
38
A.Guarino,…ibidem…, p.243, Non è possibile tracciare un quadro unitario dell’organizzazione delle ‘provincae’ territoriali 
romane, essa variò da territorio a territorio in considerazioni delle diverse condizioni ambientali e per effetto dei modi diversi in 
cui Roma era giunta alla sottomissione dei popoli relativi…Ogni provincia veniva affidata all’ “imperium militiate” di un 
governatore “cum imperio” ( i consoli,un  apposito praetor oppure un promagistrato. Il ‘pro-magistratus’ è un soggetto incaricato 
di espletare funzioni analoghe a quelle dei magistrati ordinari ).Sudditi provinciali furono, in genere, i “peregrini nullius civitatis”, 
detti anche “dediticii”( lat .dediticius: “che si è sottomesso”), e i “peregrini” delle “civitates peregrinae liberae, non immunes”. 
 7
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Informazioni tesi

  Autore: Rosaria Converso
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Francesco Lucrezi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 127

FAQ

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