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Quaestiones Perpetuae

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Anteprima della tesi: Quaestiones Perpetuae, Pagina 9
Introduzione 
stesso magistrato contro cittadini romani in forza della sua arbitraria “coercizione”, sebbene 
quest’ultima sia codificata in una legge
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: “l’arbitrio consentito da una legge non cessa di essere  
tale”. Lo studioso ritiene che ad un certo punto il principio di legalità della pena sarebbe stato 
così sentito che neppure la possibilità di provocatio ai comizi avverso un atto di coercizione, co- 
me l’irrogazione di una multa o di un’ammenda, poteva togliere a quell’atto il carattere di 
arbitrarietà. T.Mommsen
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 osserva che, senza dubbio i Romani avevano ben avvertito che il 
diritto di punire del magistrato non fondato su una legge positiva distruggeva lo Stato di diritto e 
che anche la possibilità di provocatio al popolo non avrebbe modificato per nulla quella 
situazione. Nel processo penale dinanzi ai tribunali permanenti, per la prima volta nella storia, si 
è attuato uno dei principi cardine dei sistemi accusatori moderni: l’assoluta parità delle parti in 
causa. Nel corso di questo lavoro, che non vuole essere assolutamente un’apologìa della 
struttura processuale tardo-repubblicana, si cercherà di giustificare compiutamente certe 
affermazioni valutando criticamente pregi e difetti di un sistema che negli ultimi anni ha 
impegnato notevolmente gli studiosi della materia… 
Anticipando semplicisticamente l’argomento che sarà trattato più diffusamente nel corso di 
questo lavoro, ci si limiterà, in questa sede, a puntualizzare schematicamente le caratteristiche 
fondamentali di una “quaestio perpetua” tipica, ossia:  
a) un’accusa sostenuta da un privato cittadino; 
b) un giudizio definitivo vale a dire: formulato da una giuria di cittadini 
c) un magistrato che si limitava a presiedere la giurìa, senza partecipare al voto. 
I tribunali in questione, istituiti per legge e presieduti da un magistrato o da un ex magistrato, 
dovevano, in un primo tempo, limitare, poi assorbire l’antico processo dinanzi ai comitia, per 
divenire infine l’organo ordinario della repressione criminale dell’ultima età repubblicana e dei 
primi tempi dell’impero. Solo attraverso la creazione di corti permanenti, alle quali fosse 
istituzionalmente deferita la cognizione di intere categorie di crimini già appartenenti alla 
competenza giudiziaria delle assemblee, avrebbe potuto essere soddisfatta l’esigenza della totale 
eliminazione della funzione giudicatrice popolare. 
                                                 
45
V.Giuffrè, “La repressione criminale nell’antica Roma. Profili”, Jovene, Napoli 1998, pp.61 e ss., “…Accadeva che, quando a 
pronunciarsi fosse il ‘populus’, esso manifestava una volontà ( cioè una ‘lex’ ) in proposito. E questa volontà metteva in non cale il 
fatto che il magistrato avesse perseguito un comportamento non ancora definito come criminoso: e ciò anche quando il popolo si 
limitava a ‘commutare’ la pena capitale in ‘aqua et ignis interdictio’. Né sarebbe storicamente corretto distinguere tra esercizio di 
potere ‘giurisdizionale’ ed esercizio di potere ‘normativo’ da parte del ‘populus’ ( distinguere, insomma, tra ‘iudicium’ e ‘iussum 
populi’ ), dato che, quando esso deliberava, ciò che decideva era comunque ‘ius ratumque’.[…] L’assemblea popolare sarebbe 
stata considerata in ogni caso artefice, benché in modo indiretto, della repressione criminale, anche quando vi provvedeva 
direttamente ed esclusivamente il magistrato, perché il magistrato era stato pur sempre eletto dall’assemblea e ( dopo la 
dismissione della carica ) poteva essere chiamato da un ‘quivis de populo’ a rispondere dinanzi alla stessa degli atti compiuti 
nell’esercizio del potere. […] A prescindere dall’escamotage di imputare tortuosamente alla volontà popolare l’operato del 
‘magistratus’, non pare che l’essenza del più moderno principio-cardine in materia penale risieda soltanto nell’individuazione di 
una ‘lex’ e di chi possa porre la ‘lex’. Esso risiede [...] nella necessità altresì di predefinire i comportamenti criminosi […]. E tale 
esigenza non fu soddisfatta dalla previsione di un qualche intervento del ‘populus’ nella concreta repressione criminale.  
46
T.Mommsen, “Römisches Strafrecht“, Leipzig 1887, cit., 53 n.1: «...Allerdings haben die Römer wohl gefühlt, dass ein nicht auf 
positives Gesetz gegründetes Strafrecht des Magistrats den Rechtsstaat aufhebt, und auch die Zulassung der Provokation an die 
Bürgerschaft ändert daran nichts...».
 
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Informazioni tesi

  Autore: Rosaria Converso
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Francesco Lucrezi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 127

FAQ

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