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Quando i media staccano la spina. Storia del blackout informativo durante gli ''anni di piombo''

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Introduzione Il rapporto tra media e terrorismo 11 considerano i tempi delle operazioni, le modalità e la sequenza dei comunicati, la qualità dei rapporti con il più vasto, indifferenziato pubblico e l’abilità del giocare a colpo sicuro sulle sue reazioni istintive e immediate, dalla paura all’orrore alla malcelata ammirazione per l’efficienza dimostrata, non vi possono essere ragionevoli dubbi sull’esistenza di una regia di rara perizia, attenta alla scena generale e in grado di non perdere di vista lo scopo finale” 10 . Per quanto attiene alla comunicazione degli intenti, dunque, risulta certo più proficua l’azione rispetto alla rivendicazione. La scelta dell’obbiettivo, in questo, diventa fondamentale tanto quanto il momento nel quale compiere l’azione. I brigatisti colpiscono, nella persona, il sistema più ampio di assunti che essa rappresenta. Con Sossi rapiscono “la magistratura intransigente”, con Montanelli feriscono “il giornalismo conservatore”, con Moro uccidono “lo Stato”. Come specifica ancora Acquaviva, l’azione di “propaganda armata” ha bisogno di un obbiettivo facilmente stigmatizzabile: “L’azione a fuoco è efficace quando colpisce dei delinquenti notori in maniera ‘pulita’, oppure quando è un’azione ‘pulita’ di guerra, cioè colpisce dei militari in uno scontro a fuoco, oppure svolge azione di distruzione di cose, di sabotaggio. […] Per non suscitare la reazione dell’opinione pubblica l’atto di terrorismo o di guerriglia deve: 1) apparire militare, cioè colpire una ‘posizione’ militare in senso stretto; 2) oppure essere diretto contro un elemento che, secondo il pensiero della maggioranza dell’opinione pubblica, è un ‘delinquente’ notorio; 3) colpire le ‘cose’ del sistema di potere, politico, economico, militare. […] Un tribunale del popolo, insomma, è un tribunale che condanna chi, per il popolo, è chiaramente colpevole di un crimine direttamente compiuto e macroscopicamente evidente; in caso contrario per i mezzi di informazione è facile dimostrare che la violenza è gratuita ed inutile” 11 . Accanto all’azione eversiva, perciò, viene edificato un vero e proprio sistema di procedure giuridiche che mima quello degli apparati statali e ne rappresenta il rovesciamento speculare. Vi sono “carceri del popolo” in cui rinchiudere i “servi dello Stato”, per sottoporli a “processi proletari” la cui sentenza finale può contemplare tanto la morte quanto la grazia. Lo osservano Dini e Manconi: “All’interno di questa logica, è del tutto evidente che il ‘diritto penale rivoluzionario’ possa comportare, oltre che la condanna, il condono di essa. Oltre che la sanzione, il perdono giudiziario, in base a quella che il comunicato numero 10 delle Br – emesso in conclusione della ‘vicenda D’Urso’ - chiama ‘magnanimità’. Ma non solo: l’esercizio della ‘clemenza’ può essere anche – in determinate circostanze: e probabilmente in quelle del sequestro di D’Urso – la massima affermazione di forza e di potere. Essa dimostra – secondo le Br – che chi esercita la ‘clemenza’ non teme i propri nemici: al punto tale da poterli ‘perdonare’ e rimetterli in libertà” 12 . E’, però, paradossalmente, quando il terrorismo colpisce a morte che il sistema nazionale dei media entra in crisi. La positiva presa di coscienza della gravità del fenomeno porta, infatti, il settore giornalistico italiano e, più in generale, l’ambiente intellettuale, a compiere un nuovo errore: quello di sopravvalutare il fenomeno stesso, segno evidente di una difficoltà intrinseca da parte della categoria nel trattare la violenza politica. Un assunto che sta alla base della trattazione di Ferrarotti: “La confusione mortale in cui cadono questi intellettuali, specialmente in una situazione come quella italiana, in cui il radicalismo più acceso si allea ad una cultura tendenzialmente irrazionale di matrice religiosa, riguarda l’etica dei principi assoluti e l’etica della responsabilità operativa. La violenza appare in tale contesto come dotata di poteri magici, taumaturgici. I gruppi violenti sia dell’intimidazione diffusa sia del terrorismo organizzato appaiono invulnerabili e fulminei, angeli sterminatori e insieme supremi giustizieri. […] Non è un caso che, nella rappresentazione di Dario Fo, le Brigate Rosse giochino la parte degli dei. Questa è, infatti, l’immagine che le rappresenta: l’invulnerabilità. Esse compaiono sotto il 10 F. Ferrarotti, L’ipnosi della violenza dal futurismo al caso Moro: un’analisi critica e spietata del fascino ambiguo che la violenza esercita sull’intellettuale, Rizzoli, Milano, 1988, pp. 89-90. 11 S. S. Acquaviva, Guerriglia e guerra cit., pp. 133-136. 12 V. Dini, L. Manconi, Il discorso delle armi cit., p. 28.
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Quando i media staccano la spina. Storia del blackout informativo durante gli ''anni di piombo''

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Informazioni tesi

  Autore: Gilberto Mastromatteo
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Paola Magnarelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 282

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