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Aspetti psicosociali nella scelta delle medicine alternative: esperienze di medici e pazienti

Informazioni tesi

  Autore: Luca Piccini
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Trieste
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Patrizia Romito
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 153

Lo scopo di questo lavoro è quello di analizzare i motivi psicosociali che portano le persone a scegliere approcci di cura di tipo alternativo anche se gli stessi non possono, nella quasi totalità, essere considerati in alcun modo come realtà mediche oggettive. Nonostante la grande capacità tecnica di cura delle patologie della medicina allopatica, resa possibile grazie allo sviluppo di strumenti di intervento sempre più sofisticati e tecnologici, le persone sembrano nutrire una forte disaffezione per la stessa, accusandola di essersi fortemente specializzata ma allo stesso tempo totalmente dimenticata dell’aspetto umano, personale e psicologico delle persone stesse attivando una forte parcellizzazione e de-umanizzazione nell’approccio terapeutico.
Le persone si orientano agli approcci di cura alternativi perché sembrano trovare in questi quel senso di accoglienza supporto e calore mancante nella medicina allopatica. Affermazione questa, che sembra sostenuta da un numero sempre maggiore di medici allopatici che hanno deciso, oltre alla formazione universitaria, di ampliare ulteriormente gli studi abbracciando approcci quali omeopatia, agopuntura, etc nonché orientando la propria formazione in ambito psicologico, del tutto assente nella loro preparazione di base.
Partendo da questa ipotesi ho approfondito la mia ricerca introducendo un lavoro di tipo sperimentale attraverso una serie di interviste a campioni separati di medici e pazienti che fossero a contatto con la medicina alternativa. Ho indagato i motivi della disaffezione alla medicina allopatica e dell’avvicinamento a quella non ufficiale, trovando riscontro con quanto sostenuto dalla letteratura. La mancanza di validazione scientifica della medicina alternativa si accompagna però ad alcuni aspetti che rappresentano dei punti di forza della stessa medicina: oltre al forte desiderio di ricerca di sostanze naturali per la cura (che siano meno tossiche e che comportino meno effetti collaterali dei farmaci di sintesi) emerge come caratteristica primaria degli approcci alternativi un ‘attenzione di tipo olistico o biopsicosociale alla persona, che intende considerare non solo il puro aspetto somatico-biologico, ma anche quello psicologico ed esistenziale dell’individuo, allontanandosi da una considerazione settoriale tipica della medicina allopatica. Oltre all’approccio olistico emerge anche come il rapporto medico-paziente sia centrato su una forte alleanza terapeutica che oltre a porre al centro della relazione l’ascolto empatico e “caldo” del paziente stesso, lo coinvolge in modo attivo nella terapia (anche allopatica), ponendosi anche delle finalità educative al fine di far attivare e mantenere una prevenzione primaria allo stesso, qualora la patologia non fosse già in atto. L’alleanza terapeutica si allontana fortemente da una relazione medico paziente di tipo paternalistico o contrattualistico spesso presente nella medicina allopatica.
Un altro aspetto particolare e controverso che è stato affrontato, riguarda l’effetto placebo e le accuse rivolte dalla medicina allopatica a quella alternativa. L’ipotesi è che gli approcci alternativi curino solo grazie a questo, considerato in realtà dalla medicina ufficiale come un limite e una distorsione. Le interviste rivelano invece come questo non sia corretto in quanto le persone (medici e pazienti) sostengono che l’effetto placebo sia non solo un fenomeno che riguarda entrambe le realtà di cura, ma che anzi, come dimostrato dalla letteratura, possa essere uno strumento prezioso da usare e non un limite da gestire. Oltre alla conferma dell’ipotesi di partenza, l’obbiettivo finale emerso dalla letteratura e successivamente confermato dalle interviste, appare quello di creare una medicina integrata o complementare che possa unire la potenza tecnologica del “freddo” approccio allopatico, alla capacità di ascolto, attenzione e considerazione del non scientifico ma “caldo” approccio alternativo. Un dialogo costruttivo tra le parti che possa portare nuovamente al centro della cura il paziente e la sua realtà esistenziale, psicologica ed emozionale, in modo da avere un approccio veramente completo e soprattutto a misura d’uomo.

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  Autore: Luca Piccini
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2010-11
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  Relatore: Patrizia Romito
  Lingua: Italiano
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74 3.3 La conferma scientifica dell’approccio e dell’ intervento olistico Nel lontano 1952 ( Lipton, 2005) un dottore di nome Mason aveva tentato di curare delle verruche ad un quindicenne con l’ipnosi. Quando fece vedere il paziente al chirurgo che lo aveva in cura, questi sbarrando gli occhi disse a Mason che la patologia trattata non erano verruche come erroneamente questi pensava, ma una malattia rara e incurabile: l’ittiosi. Ma c’era di più, l’ittiosi è una malattia genetica. Il medico e il ragazzo erano riusciti a fare qualcosa fino ad allora considerato impossibile in quanto oltre ad aver fatto regredire fortemente la patologia, erano anche riusciti a farlo con il potere della mente, senza l’ausilio di nessun farmaco o placebo. Magia? Miracolo? Forse. Nel XVII secolo, Descartes, meglio conosciuto come Cartesio, scartò la possibilità che la mente potesse influenzare le caratteristiche fisiche del corpo ritenendo che essendo questo composto di materia e la mente o psiche di sostanza non identificata, comunque immateriale, di fatto questo fosse impossibile. La biomedicina dell’epoca si convinse che l’ipotesi cartesiana fosse ineccepibile e vi si adeguò. Dalla medicina all’epoca di Cartesio a quella attuale, sono passati però quasi quattro secoli. Ma ancora oggi vi è molta difficoltà ad accettare l’idea che la mente possa condizionare, e anche fortemente, la realtà somatica. La neuroendocrinoimmunologia nasce negli anni venti (Bottaccioli, 1995) quando si iniziò a dimostrare che alcuni neuroni dell’ipotalamo producevano sostanze di tipo ormonale. Venti anni più tardi, si dimostrarono gli stretti rapporti che l’ipotalamo detiene con l’ipofisi, ovvero la ghiandola endocrina che svolge un ruolo centrale in tutto il sistema ormonale. Si iniziava a percepire come il corpo non fosse una scatola fatta a settori stagni, ma una realtà in cui le parti (psicofisiche) probabilmente comunicavano tra loro in modo molto approfondito. L’ultimo colpo di maglio alle tradizionali separazioni tra i tre sistemi (nervoso, endocrino e immunitario) si è avuto quando Blalock (1989) ha dimostrato non solo che i tre sistemi tra loro comunicano, ma che questa comunicazione è bidirezionale, ovvero va dal cervello alle cellule deputate alla difesa immunitaria e da queste nuovamente al cervello, così come dal cervello alle cellule endocrine e immunitarie e viceversa. Da questo momento si era scoperta la chiave di volta: era nata la psiconeuroendocrinoimmunologia. Nel corso del tempo, si evidenziavano sempre di più le prove di come le attivazioni a livello nervoso potessero influenzare il sistema endocrino (quindi ormonale) e, allo stesso tempo, quello immunitario. A titolo di esempio, di fronte ad un contesto di paura o pericolo percepito (siamo in prossimità di un burrone e rischiamo di scivolare giù) in modo automatico (Bottaccioli,1995) il battito cardiaco si fa più accelerato,il respiro diventa più corto, i muscoli si contraggono e magari sudiamo freddo. Questo si verifica in modo tanto più repentino se la reazione di paura è di quelle fulminanti. Di fronte all’emergenza, attiviamo un comportamento di allontanamento e fuga dal luogo o dalla situazione dalla quale ci sentiamo minacciati. Una reazione immediata e ancestrale per garantire la sopravvivenza del nostro organismo al pericolo. Nel momento in cui in cui ci sentiamo nuovamente al sicuro, la nostra reazione di paura scompare, ci sentiamo più tranquilli ma, nei casi di forte paura vissuta, percepiamo un senso di prostrazione e forte stanchezza. In pratica ci siamo esauriti. Questo è quello che avviene potremmo dire a livello di percezione.

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Parole chiave

prevenzione primaria
empowerment del paziente
patologia psicosomatica
medicina difensiva
medicina altenativa
approccio bio-psico-sociale al paziente
relazione medico paziente e alleanza terapeutica
ascolto attivo del malato cronico
cognizione ed emozione nell'atto terapeutico
effetto placebo nocebo

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