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L'infermiere maschio in reparti ospedalieri femminili

Informazioni tesi

  Autore: Gilberto Rocchetti
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze Infermieristiche
  Corso: Infermieristica
  Relatore: Maria Grazia Morchio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 101

Gli stereotipi di genere caratterizzati dall’insieme ”di quelle acquisizioni condivise, di prescrizioni e divieti che sono ritenuti appropriati a definire i comportamenti sociali di uomini e donne, e che fissano donne e uomini in posture immobili” (Demetrio 1999, 93) stanno mutando.
In base ai vecchi stereotipi “se gli uomini sono forti, decisi, coraggiosi, valorosi, rapidi, autonomi, indipendenti, naturalmente portati alla carriera, allora sono veri uomini, premiati, perché questi sono i valori stimati dalla società. Se le donne sono affettive, deboli, dipendenti, passive, dolci, sottomesse, espressive, mansuete, naturalmente portate alla cura allora sono vere donne” (ibidem). Eppure qualcosa è cambiato gli uomini negli ultimi anni si sono progressivamente femminilizzati mentre le donne si sono mascolinizzate. In campo infermieristico il grande cambiamento è stato sancito con la Legge 25 febbraio 1971, n. 124, che ha esteso agli uomini la possibilità di accesso alle scuole professionali per infermieri.
Da quella data il cammino di maschi e femmine aspiranti alla professione infermieristica è diventato comune, anche se il numero delle aspiranti infermiere è rimasto decisamente più elevato di quello dei colleghi maschi.
Le differenze tra donne e uomini appaiono talmente ovvie da farci sottovalutare il ruolo svolto dalla società e della cultura nel processo di differenziazione.
In realtà, tra gli esseri umani, le femmine e i maschi sono fisiologicamente più simili nell’aspetto di quanto lo siano i due sessi in molte altre specie animali e le somiglianze superano le differenze nei lineamenti e nei comportamenti (Lober 1995, 41).
Tuttavia, nel tempo si sono creati diversi stereotipi che hanno portato a “giudicare l’altro in modo rigido e semplificatorio, senza tenere conto delle risorse, potenzialità e differenze proprie di ogni singolo individuo” (Cozzi, Nigris 1996, 370).
In base a tali stereotipi di genere a uomini e donne vengono attribuite capacità differenti. Per esempio, il lavorare bene in gruppo, l’assunzione di responsabilità e l’orientamento al risultato sono attribuiti più agli uomini che alle donne, mentre l’atteggiamento positivo verso il cambiamento, la capacità di comunicare e l’attenzione all’ordine, alla qualità del lavoro, alla registrazione delle informazioni, benchè prioritariamente neutre, sono declinate maggiormente al femminile (Demetrio 1999, 107). Inoltre le donne sarebbero potenzialmente più capaci di mettersi in relazione con l’altro, di essere attente all’ambiente, di essere pazienti, precise, puntuali, persino puntigliose sull’ordine (ibidem). Nella realtà, uomini e donne sono davvero così diversi?

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Capitolo terzo L’identità di genere 1. La costituzione dell’identità di genere L’inserimento dell’individuo in una categoria di genere e non equivoca inizia dal momento della nascita, annunciata spesso da un fiocco di colore differente (rosa o azzurro) apposto sulla porta o sul portone dell’abitazione del nuovo nato/a. I colori, anche se in modo non rigido, seguono il bambino, negli abiti, nell’arredamento della stanza o ancora a scuola, attraverso grembiuli e fiocchi differenti. Ma l’identità di genere viene forgiata anche attraverso i giochi, che mirano a costruire attitudini differenti; le sanzioni positive e negative (“ti sei comportato da uomo” o “non piagnucolare: sembri una femminuccia”) sanciscono i comportamenti considerati corretti a seconda della categoria nella quale si viene inseriti alla nascita e al tempo stesso le attitudini e il piano emozionale (Siniscalchi 2001, 92-93). I genitori mentre non tollerano le espressioni di aggressività diretta nelle bambine, sono inclini a credere che, sotto questo profilo, i ragazzi “siano ragazzi”, consentendo così lo sviluppo in essi di comportamenti aggressivi che inibiscono nelle ragazze (Burr 2000, 88). Le identità vengono quindi costituite come distinte, attraverso l’acquisizione di atteggiamenti, di modi di pensare, attitudini differenti che servono a ribadire l’esistenza di un confine netto tra i due raggruppamenti. Il modo di vestire, di parlare, di muoversi e gestire il proprio corpo, il diverso accesso alle risorse o alla politica, le attività lavorative sono pertanto segnali culturali della differenza che si punta a stabilire tra maschile e femminile. Le istituzioni contribuiscono a modellare identità distinte, un habitus di genere che le pratiche degli stessi attori sociali confermano e ripetono nel tempo (Siniscalchi 2001, 93). 20

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