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I gruppi di adolescenti nello spazio-tempo dell’aggregazione informale

La complessità del lavoro in strada è determinata dall’assenza delle principali condizioni che dovrebbero sorreggere un’azione educativa professionale: manca la possibilità di allestire un setting come ambiente intenzionalmente strutturato, è assente una domanda educativa esplicita è difficile identificare a priori un oggetto specifico sul quale sperimentare la relazione e la condivisione di un’esperienza di apprendimento.
I primi luoghi nei quali è possibile incontrare i gruppi sono le soglie, le zone di confine di spazi istituzionali: sulla porta dell’oratorio, davanti al centro sportivo, sugli scalini del municipio, nel giardino della biblioteca fuori dai cancelli della scuola. È evidente il carattere simbolico di questa collocazione, tra dentro e fuori di un contesto presidiato da adulti tra «attrazione e repulsione, diffidenza o timore».
Una seconda tipologia di spazi di aggregazione è costituita dagli interstizi, luoghi di passaggio o
sosta transitoria che vengono trasformati, occupati e caratterizzati, a volte anche marchiati con segni e scritte. Può trattarsi della porzione di un marciapiede, delle sbarre poste alla fine di una via chiusa o di un passaggio pedonale, delle panchine ai bordi di un viottolo, dei gradini di una scalinata, degli angoli di una piazza limitrofi alle vie di accesso, della fine di un parcheggio. Anche in questo caso sembra confermarsi l’esigenza di abitare il limite. Infine ci sono le tane, ovvero luoghi marginali, nascosti, abbandonati, spesso costituiti da strutture dismesse, che vengono eletti come a prolungamento delle proprie stanze di casa; sono spazi relativamente isolati, visivamente e acusticamente, dal resto del mondo; si tratta dei contesti più pericolosi, dove il confronto con il rischio, l’occasione di mettersi alla prova e di sperimentarsi possono assumere anche forme estreme. Può capitare che un singolo ragazzo, ma anche un intero gruppo, attraversi tutte le tipologie di luoghi descritte, a conferma di una caratteristica comune all’aggregazione informale: l’instabilità, l’intermittenza, la relativa mobilità.
Sono spazi — le soglie, gli interstizi, le tane — perlopiù apparentemente aperti, che appaiono immediatamente accessibili in quanto coincidenti con luoghi di transito, di passaggio; ma sono anche spazi che possono diventare chiusi, delimitati affettivamente capace di fare scattare l’allarme quando lo “straniero” si propone di valicare i confini. Forse, i ragazzi in strada scelgono di ritrovarsi all’interno di luoghi caratterizzati da apparente visibilità e, allo stesso tempo, da sostanziale invisibilità: sanno di essere visti ma generalmente di non essere guardati, di trovarsi in uno spazio pubblico, sotto gli occhi di tutti, ma sostanzialmente riparato e protetto da sguardi intrusivi.
Per l’educatore di strada, il processo di individuazione dei possibili destinatari del proprio intervento è reso anche più complesso se si tiene conto di un’altra coordinata: il tempo. I tempi sono scanditi dall’alternarsi di occasionalità e ricorsività. L’aggregazione è informale proprio perché non ha una temporalità definita e soprattutto eterodiretta.
Anche nei casi di forte stabilità, permanenza e regolarità dei tempi di incontro, sono sempre da mettere in conto gli imprevisti, gli spostamenti e i cambi di programma, che consegnano agli educatori di strada un quadro di costante incertezza.
di Anna Bosetti
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