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Disordini sensoriali

Esiste un piano specifico del disturbo di identità, che attiene più che al timore del vuoto e della perdita emorragica di sé, piuttosto al rischio continuo della disgregazione e alla paura di sentirsi sparsi, disseminati, e la risposta dell’assetto difensivo adottato per proteggersi da questi timori è spesso di tipo erotizzato e sensoriale.
Queste ansie si originano proprio da esperienze sensoriali e erotiche confusive e caotiche e può sembrare che in esse il pensiero sia rimasto come incastrato, incapsulato, tanto da non potersene distaccare. Questa sofferenza indicherebbe un tipo particolare di disturbo del pensiero.
Il corpo è attraversato da moti concreti: dolore, impulsi al movimento, bisogno di torsioni, stanchezze prostranti, sono espressioni che il soggetto porta all’analisi come pensieri, comunicazioni sufficienti ad essere compreso, ma con la segreta sensazione, angosciante, che servano a rivelare nullità, incomprensibilità, atonìa. Nell’isteria il disturbo corporeo ha valore comunicazionale e simbolico, seppure tramite la conversione; nella vicenda psicosomatica esso segnala un disturbo sotteso di natura profonda, lesivo del sé corporeo e del sé più arcaico.
Il sintomo fisico è l’unico pronto in quel momento ad interagire, è l’unico organizzatore della vita psichica e si offre come una via obbligata e imprescindibile.
Questi pazienti hanno quasi sempre avuto una madre primaria intensamente amata, idealizzata e claustrofobizzante; ma anche percepita come incompetente e negante, che di fronte ai bisogni del figlio affermava i propri bisogni narcisistici, e la loro delusione di lei è stata vissuta come una trafittura del corpo. Da questo corpo deprivato essi non possono distaccarsi, forse devono riviverlo e controllarlo continuamente perché non sia dimenticato.
L’approdo nella psicoanalisi, agognata e idealizzata, avviene perché in essa risiede tutto il mentale e l’affettivo agognato e mai attinto, l’approdo in essa, come in una madre rigenerante che rivitalizzi quella corporea è sperato con la passione e il terrore di non sentire più neppure il desiderio, saccheggiato dal corpo e nel corpo in un tempo trascorso, rimpianto, irraggiungibile.
Spesso questi pazienti giungono all’analisi con una motivazione difficile da cogliere e, contemporaneamente, in uno stato di urgenza improrogabile, che può seguire ad un evento reale sentito come minaccioso per la coesione e la continuità di sé.
L’accoglimento dell’analista può dar luogo al trasferimento massiccio di bisogni sentiti come sadici, e questi potrebbero concorrere a creare un transfer sadico. Questi pazienti desiderano situare urgentemente bisogni di tipo primario, esplosi più che emersi; questo collocare può assumere valore di scarica o di evacuazione, di deposito o di archiviazione, o ancora, può organizzarsi l’idea di aprirsi alla droga, ai suoi piaceri e ai suoi pericoli.
Questi pazienti sono convinti che l’esperienza che hanno della realtà possa svolgersi solo all’interno del loro corpo, delle loro sensazioni e sentimenti: è lì che hanno vissuto angosce e disordini destabilizzanti, hanno ricercato piaceri solitari e sostitutivi ed è lì che hanno paura di scoprire la realtà della violenza che hanno subito e che tendono a vivere in modo surrogato. Pensare è ritenuto inutile e lontano, l’unica sede riconosciuta è il corpo, con le sue grandi angosce. Il paziente tenta di attrarvi l’analista, ma se questo gli si avvicina con parole o pensieri che lo rievochino o lo mettano in campo, egli ne difende il limite invalicabile, o lo dichiara scomparso e superfluo.
Gaddini parlava di ordinamenti mentali primitivi per indicare come si possano attraversare intere fasi dell’analisi, potendo contare quasi esclusivamente sull’aspetto relazionale e sintonico, e ritenendo del tutto introverso nell’apparato retrostante dell’ascolto qualsiasi forma di valutazione pulsionale e qualsiasi modello di ricerca intrapsichica. Esiste un tipo di paziente che per sopravvivere ha bisogno di sapere che l’analista è interamente con lui, dalla sua parte, che è lui, ha bisogno che l’analista lo inscriva totalmente in se, e solo dopo che queste condizioni siano state vissute, egli potrà manifestare il se stesso più profondo e organizzato che pure esisteva, magari allo stato di precursore e potrà produrre il suo sé più nucleare.
di Paola Alessandra Consoli
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