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L’uso dell’umorismo e della risata in terapia

Sono ingredienti fondamentali del gioco relazionale.     
L’umorismo assicura una sorta di continuità sottile capace di garantire a tutti il permesso di continuare a giocare con i problemi senza per questo sentirsi diminuiti o giudicati. Il “come se” priva il sistema terapeutico della facile tentazione di ricorrere al meccanismo della reciproca colpevolizzazione, arma al servizio di possibili quanto inutili escalations simmetriche.
L’umorismo crea una certa tensione in chi vi partecipa, ma quando essa diventa insostenibile ecco che la tensione esplode nella risata, che ha la funzione di espellere lungo i canali di minor resistenza il sovrappiù di emozione. La risata in terapia rappresenta una sorta di caduta fragorosa della tensione: un momento di rilassamento, solo apparente, dell’intero sistema terapeutico che si concede una pausa. In realtà l’interruzione ha lo scopo di spostare lo stress dallo spazio interpersonale, ovvero dall’area dei rapporti, a quella interna, più indifesa e vulnerabile, di ciascun individuo. La sospensione dell’azione che segue la risata produce un vuoto, un attimo di silenzio estremamente produttivo che può permettere verifiche interne e spingere ognuno a porsi interrogativi nuovi. Così non è infrequente che, dopo una risata fragorosa, uno dei membri della famiglia, apparentemente senza motivo, scoppi in lacrime o si assenti del tutto, oppure che lanci uno sguardo disperato verso un familiare o il terapeuta. In altri casi la risata produce un effetto opposto: a un sentimento di noia e di impotenza generale si può sostituire tramite la risata un sentimento di speranza, un vero e proprio scossone emotivo che fa risvegliare energie assolutamente insperate. Questi mutamenti affettivi sono i segnali più vistosi di un qualcosa che comincia a muoversi, di un’energia vitale che, se assecondata e sostenuta può accrescersi e permeare il sistema terapeutico.    
Keith e Withaker parlano del gioco come anestesia necessaria per procedere nell’intervento, aggiungendovi anche l’attributo di catalizzatore, che permette il condensarsi della tensione necessaria a un mutamento dell’angolo visuale delle persone interessate.    
Preferiamo parlare del gioco come mezzo di contenimento delle angosce interpersonali spesso nascoste o implicite nel congelamento emotivo di un gruppo che le concentra e le indirizza sul comportamento del paziente designato.    
Nell’azione stessa di contenimento di tali angosce ne è implicita un’altra, complementare e per molti versi opposta, di smascheramento di paure più recondite. Tale azione, se efficace e persistente, permette un’inversione della tendenza abituale della famiglia a controllare lo stress riducendo il fluire delle informazioni: si assiste così a una sorta di rovesciamento dell’imbuto con una tendenza ad allargare il quadro, il che produce notevole squilibrio. Si mette cioè in moto una crisi terapeutica, che si rivelerà efficace e produttiva se il terapeuta sarà in grado di rassicurare la famiglia riguardo alla sua capacità di contenere le angosce emergenti, ma ancor più quelle sommerse.    
Dal massimo di compressione iniziale, con aumento del carico funzionale sul paziente-pilastro, si assisterà a un massimo di decompressione successiva, con inversione delle linee di forza, che anziché gravare sul centro si indirizzeranno su traiettorie esterne.    
Tramite il gioco terapeutico si tenderà ad ampliare lo scorrere delle informazioni e a diversificarne la direzione, ridando così un tempo evolutivo alla famiglia.

di Antonino Cascione
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