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Mortalità nella Kampuchea democratica

L’intenzionalità omicida si manifesta già nella logica igienista che è alla base della selezione e della scelta delle vittime ma risulta chiara anche dall’analisi dei tipi di mortalità rilevati durante i 44 mesi di esistenza della Kampuchea democratica. La sovra mortalità di quel periodo può essere ricondotta a 2 cause ben distinte: alle condizioni di vita disastrose delle comuni popolari e quindi alla morte provocata direttamente o indirettamente da una politica deliberata oppure alle esecuzioni in massa o individuali. La comune popolare era organizzata come un gulag: lunghi lavori forzati, regole rigorose da rispettare, un giorno di riposo ogni 10, pasti collettivi, separazione dei coniugi…
Il lavoro massacrante, la malnutrizione e le malattie non curate perché non riconosciute provocarono una grande mortalità molto simile a una selezione naturale pianificata.
In che misura questa catastrofe demografica fu intenzionale? Le pessime condizioni alimentari e sanitarie sono in gran parte da attribuire al caos provocato dai trasferimenti in massa della popolazione, all’avvio delle grandi opere idrauliche che sacrificarono i raccolti e alle negligenze dovute al numero inizialmente esiguo dei dirigenti khmer rossi così come alla loro incompetenza. La situazione alimentare peggiora perché le opere di irrigazione sono state progettate e realizzate male. È una politica che calpesta la vita umana in cui la rieducazione è solo un pretesto. Il fine implicito è di annientare lentamente il nuovo popolo. Tuttavia il fatto che le situazioni nelle varie regioni fossero diverse smentisce l’esistenza di un piano centrale di sterminio per fame. La forma di repressione ed eliminazione più diffusa fu la reclusione in una rete di prigioni. La punta dell’iceberg carcerario era il centro di Toul Sleng. In queste carceri furono rinchiuse indistintamente donne incinte e bambini conformemente allo slogan “quando si strappa l’erba bisogna strappare anche tutte le radici”.
di Filippo Amelotti
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