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Lotta armata in Ruanda dal 1990

Il 1 ottobre 90 l’FPR a partire dall’Uganda dà inizio alla lotta armata contro il regime di Habyarimana chiedendo la fine della dittatura e dell’ideologia dell’esclusione che produce rifugiati. La guerra è il catalizzatore della decisione genocidiaria. La reazione del potere di kigali nelle prime settimane è significativa: arresta una decina di migliaia di nemici interni presi da liste prestabilite, l’organizzazione di un massacro esemplare di 350 tutsi, la pubblicazione di 10 comandamenti hutu, uno dei quali raccomanda espressamente di smettere di avere pietà per i tutsi.
Gli anni di guerra si rivelano decisivi per 3 elementi che interagiscono: si irridisce a dismisura la distinzione amico/nemico stabilita in base a una linea di demarcazione fissata dall’etnismo dominante; la propaganda insiste in modo decisivo su questo aspetto accentuando la stigmatizzazione del nemico. Si afferma la solita teoria del complotto con la rivelazione di un presunto piano di dominio tutsi sulla regine dei Grandi Laghi. Il principale ideologo del partito presidenziale precisa le cose durante un grande comizio popolare preannunciando che i tutsi saranno rispediti in Etiopia. Questi appelli non troppo velati a far sparire una comunità nemica si traducono in massacri ricorrenti di civili tutsi e in una politica di omicidi mirati di oppositori hutu considerati come traditori.
A questo punto interviene un secondo elemento: l’introduzione su pressione della Francia del multipartitismo. L’apertura democratica deve anche permettere la soluzione del conflitto grazie all’accesso al potere degli hutu moderati e al negoziato sugli accordi di power sharing con l’FPR. Tuttavia si delinea un’altra tendenza sottoforma sia di una maggiore preoccupazione degli hutu nel nord ovest, sia di un rafforzamento dell’influenza dell’akazu sull’apparato amministrativo e militare. Benché il multipartitismo sia una farsa, la minaccia del cambiamento induce i rappresentanti del potere hutu a comportamenti sempre più paranoici.
Nel 92 nasce la milizia interhamwe che accumula armi e fa reclutamenti in massa tra i giovani delle città rimasti senza lavoro e tra i contadini senza terra. Vengono creati anche squadroni della morte.
Un ultimo elemento risulta oggi determinante: la firma il 4 agosto 93 degli accordi di arusha tra il presidente Abyarimana e l’FPR imposti dalla comunità internazionale. Questi accordi sanciscono l’incapacità di kigali di arrivare a una soluzione militare e al contrario raggiungono l’obiettivo di partenza dell’FPR cioè la trasposizione della lotta per il potere su un piano politico e non più etnico. Sembra così che l’akazu e gli hutu del nord ovest abbiano perso definitivamente la partita: ritorno dei rifugiati tutsi, unione dei 2 eserciti, governo di transizione aperto a tutti i partiti, funzione ridotta della presidenza, presenza dell’ONU.
Dal dicembre 93 i borgomastri distribuiscono armi agli abitanti delle loro comunità e i caschi blu. La decisione è stata presa e basta aspettare l’occasione per scatenare il massacro. L’occasione arriva con la morte del presidente Habyarimana. L’aereo su cui viaggia è abbattuto il 6 aprile 94 nei cieli della capitale da un misterioso missile. Dal giorni seguente i posti di blocco sbarrano le strade del paese e comincia lo sterminio dei tutsi riconosciuti in base alle loro carte d’identità.
Il gruppo che ha organizzato il genocidio comprende una prima cerchia di una sessantina di individui tra i quali la maggior parte dei membri del governo in carica e gli ufficiali superiori dell’esercito così come una cerchia ristretta di cui fanno parte l’ex primo ministro e 5 membri del suo consiglio privato.
Nyiramasuhuko era uno dei massimi dirigenti del partito presidenziale e anche uno dei membri più influenti del potere hutu. Gode del favore crescente dell’akazu. Kigali la incarica di sovrintendere e accelerare il compimento del genocidio nella regione di Butare. La sua missione assume un’ampiezza particolare quando si impegna allo stupro sistematico delle donne tutsi. Lo stupro è concepito come una ricompensa prima dell’assassinio, è parte integrante del rituale dello sterminio. È sovente opera di individui scelti perché affetti dall’AIDS. Nyiramasuhuko fa uscire apposta dagli ospedali ruandesi uomini malati di AIDS. Il 70% delle donne violentate ha contratto l’AIDS.
Dalla fine della tragedia, il nuovo potere in carica a kigali si trova di fronte a un dilemma: punire i colpevoli e nel contempo arrivare a una conciliazione nazionale.
di Filippo Amelotti
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