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Analisi della crisi economica mondiale

Ad agosto 2007 ci fu l’inizio della crisi mondiale: la causa scatenante risale però già dagli anni ’90, con il modo di pensare che iniziava a diffondersi in quegli anni: il consumatore medio, con quanto guadagnava col proprio stipendio, più di tanto non poteva consumare. Per poter consumare di più c’è stato bisogno di banche che finanziassero i consumatori.
Le banche dividevano fra consumatori che volevano il finanziamento per l’acquisto di una casa (mutuo) e il finanziamento per l’acquisto di beni di consumo (carte di credito).
Nell’agosto del 2007 si è raggiunta la cifra di 20.000 miliardi di $ (una volta e mezza tutto il PIL americano) di importi finanziati dalle banche. Da qui in poi i consumatori hanno iniziato a non riuscire più a rimborsare gli importi che si erano fatti finanziare, e quindi le banche avevano dei crediti che non riuscivano più a incassare.
Venivano finanziati i prestiti per l’acquisto di case anche a soggetti che non avevano alcune credenziali di solvibilità. Fino all’agosto 2007 gli americani hanno consumato molto di più di quello che si potevano permettere.
Nel 2009 il credito al consumo in Italia ha raggiunto la cifra di 100 miliardi di €: è una cifra grande.
Le banche si sono trovate quindi ad avere crediti che non incassavano; i consumatori si sono trovati senza soldi e senza possibilità di finanziamenti; le fabbriche hanno così dovuto ridurre le produzioni perché non si acquistava più come prima; inoltre i prezzi degli immobili sono scesi perché non c’erano più acquirenti.
La crisi si è così trasferita in Europa; anche perché le banche europee avevano finanziato al tempo le banche americane. Il sistema bancario mondiale è quindi entrato in crisi, con i singoli Governi che hanno dovuto dare garanzia ai consumatori per la fiducia che questi avevano verso le banche.
Fra le banche italiane era iniziata nel 2002 una competizione fra chi aveva il ROE più alto (utile/P.N.): si puntava a far aumentare l’utile, facendo anche operazioni ad altissimo rischio, e di conseguenze le banche italiane si sono rivelate più solide, perché hanno iniziato questi comportamenti speculativi in ritardo rispetto a quelle degli altri Paesi.
La revisione in questo frangente ha controllato i bilanci delle banche, ma tutti pensavano che i risparmiatori prima del 2007 fossero in grado di rimborsare i prestiti che avevano ricevuto dalle banche. Diventa un problema di sistema.
La Grecia di oggi è l’applicazione ad un Paese di quanto detto finora: un Paese ricorre al debito pubblico nel momento in cui ha uscite maggiori delle entrate, nel momento in cui ha bisogno di liquidità. La Grecia è finita con l’avere più uscite che entrate per parecchi anni, e allora si è indebitata con risparmiatori greci, banche internazionali o altri soggetti, per la cifra di 250 miliardi di $ (l’Italia ha un debito pubblico per 1.700 miliardi di €).
Gli altri Paesi hanno uno sbilancio fra entrate ed uscite nell’ordine del 5 %, mentre la Grecia arriva al 13 %: si è iniziato a non fidarsi più della Grecia, con il rischio di default dei titoli dello Stato greco che sono diminuiti, e persone ci hanno speculato sopra. I titoli sono poi stati riacquistati a basso prezzo, perché si era convinti che l’Europa sarebbe intervenuta in aiuto della Grecia, riportando all’aumento i titoli.
L’Europa ha preferito però non intervenire per non creare un precedente pericoloso; per di più si rischiava che la Grecia non si desse da fare per riequilibrare lo sbilancio fra entrate ed uscite. Se la Grecia si riequilibra, l’Europa interverrà in suo aiuto.
La Grecia ha così iniziato a tagliare le uscite (cosa più semplice da ottenere rispetto all’aumento delle entrate): riduzione degli stipendi del 20 %, taglio alla realizzazione delle grandi imprese…
L’Europa ha imposto al Governo greco un riequilibrio di bilancio, con i mercati mondiali che sono ritornati ad avere fiducia nella Grecia, che ritorna ad essere un Paese solvibile.
I responsabili di un’azienda non posso dire cosa faranno, perché si tratta di turbativa di mercato; bisogna seguire le forme stabilite dalla CONSOB, ciò tramite apposito un comunicato dell’azienda da inviarsi alla CONSOB e al mercato. Se il comunicato è poi sbagliato, i manager ne hanno la responsabilità, anche penale talvolta.
Oggi nell’ambito dell’Unione Europea c’è una riunione dell’ECOFIN, di tutti i ministri finanziari dell’Unione Europea per stabilire determinate regole per i mercati finanziari.
È un lavoro molto complesso perché ci sono due entità più forti: l’Europa e gli Stati Uniti. L’Europa vuole introdurre regole nei mercati finanziari, gli Stati Uniti no.
Perché gli Stati Uniti non vogliono regole? Le regole servono per i “più deboli”, cioè gli Stati Europei, per difendersi da quelli più forti, cioè gli Stati Uniti.
Quali strumenti vengono usati? Gli strumenti più diffusi sono gli hedge funds e i CDS. Tutti i guai della Grecia ad esempio sono frutto di questi strumenti.
Bisogna porre delle regole a questi due strumenti.
In America ci sono le banche o altri enti finanziari sotto il controllo della Federal Reserve; poi ci sono degli organismi che non sono sotto controllo della Federal, liberi di agire sul mercato senza alcuna regola: questi organismi si chiamano hedge funds, cioè fondi speculativi. Guadagnano speculando su tutto, da materie prime a valute, sulla affidabilità degli Stati (è il caso della Grecia). Sono delle specie di società che ricevono parecchi soldi in deposito.
Perché gli Stati, le monete entrano in crisi? Ad esempio i giornali iniziano a dire che il bilancio greco è fortemente in debito, incapace di rimborsare il debito: questi funds vendono allo scoperto dei titoli del debito greco, cioè senza averli ma con consegna fra tre mesi. Il valore del debito pubblico, il loro valore nominale scende, in quanto c’è sempre meno gente che compra.
Infatti iniziando a vendere, si crea sfiducia sul mercato, e così il mercato inizia a vendere: così poi l’hedge fund, quando è arrivato ad un prezzo conveniente, acquista per poi vendere alla scadenza al prezzo che era stato concordato. Gli hedge funds stanno così guadagnando parecchio.
In che situazione si trova lo Stato? Non ha capacità di emettere altri titoli, perché non trova altri soggetti che sottoscrivano i nuovi titoli, o che quanto meno li sottoscrivono sì, ma a prezzi bassi.
Ciò comporta dei riflessi sulla valuta, in quanto l’euro si indebolisce. Se la Grecia dovesse uscire dall’Area Euro, ciò indebolirebbe l’Area Euro stessa.
Per evitare questa situazione bisogna impedire che gli hedge funds possano operare liberamente sul mercato: se una società finanziaria, o una banca italiana dovesse operare così, sarebbe bloccata per evitare la speculazione, in quanto minerebbe la stabilità del sistema.
Si rischia l’indebolimento della solvibilità dei Paesi, che determina l’aumento dei CDS, i Credit Default Swap: chi vuole evitare questo rischio, può assicurarsi.
Ad esempio, siccome la Grecia è un Paese debole, quanto devo pagare ora come premi all’assicurazione per avere la certezza di avere fra x anni 100? Così se il Paese va in default, e la differenza la metterà la compagnia di assicurazione. Il premio che si deve pagare è proprio il CDS.
Se il rischio si manifesta, io l’ho ceduto ad un altro; se invece alla fine il debitore paga, allora l’assicurazione non dovrà nulla.
La compagnia di assicurazione vive basandosi sulle sue statistiche che prevedono il grado di rischiosità di un certo evento, frazionandolo sulla massa.
Sopravvivono perché tendono ad escludere i grandi rischi.
Uno Stato viene così anche aggredito con i CDS, perché il premio da pagare all’assicurazione è molto alto, e il tasso di rendimento dei nuovi titoli emessi deve tenere conto anche del pagamento del premio di assicurazione da parte di quei risparmiatori che acquistano i titoli.
L’Europa per aiutare la Grecia deve garantire che la Grecia rimborserà i titoli: ci sono tanti modi per fare questo. Gli Stati Europei devono garantire che i nuovi titoli che la Grecia emetterà, pari a 50 miliardi di €, siano solvibili.
I modi sono ad esempio la richiesta di sottoscrizione dei titoli da parte delle banche europee, quindi non andando sul mercato. Sarebbe un segnale di fiducia dell’Europa nei confronti della Grecia. Così poco per volta anche i grandi speculatori abbandonerebbero questa fonte di guadagno.
Se no c’è la possibilità che vengano sottoscritti dalla Banca Centrale Europea, gli Stati o le Banche Centrali dei singoli Stati Europei: le vie sono le più disparate.
L’Europa deve introdurre delle regole per evitare che si ripresentino nuovamente questi casi per altri Paesi, impedendo a questi soggetti di effettuare operazioni speculative.
La Gran Bretagna si è opposta all’ingresso nella moneta unica europea in quanto in Europa lo Stato più vicino all’America è la Gran Bretagna stessa; si è opposta perché era il ponte con gli Stati Uniti, e puntava a tutelare più gli interessi degli USA che non quelli europei.
La Gran Bretagna si è così opposta al controllo degli hedge funds; tutti gli Stati Europei hanno difficoltà a trovare delle regole condivise, e quindi quando un Paese risulta essere più importante sotto il profilo finanziario e si oppone, non si arriva ad una regola, ad un accordo.
Il problema si risolve quando tutti i Paesi più importanti si mettono d’accordo, decidendo come in questo caso che non si dovrebbe speculare contro le monete di Paesi.
Per essere competitive, le monete devono essere forti o deboli? Dipende dal fatto se si è importatori o esportatori.
Il passaggio dal cambio che si aveva prima fra euro e dollaro, che prima era pari circa a 1,45 $, mentre ora si attesta intorno a 1,34 $, ha fatto sì che l’euro si sia indebolito nei confronti del dollaro.
Il dollaro quindi si è apprezzato, mentre l’euro si è indebolito.
Con il cambio che si aveva in precedenza, gli importatori americani erano sfavoriti, mentre erano favoriti gli esportatori. L’economia americana, per favorire le esportazioni, deve indebolirsi. Si favoriscono così le esportazioni, mentre si finisce con il contenere le importazioni.
Potendo intervenire, gli USA avrebbero bisogno di un cambio debole per esportare di più e frenare le importazioni dagli altri Paesi: tuttavia questa politica americana viene contrastata dall’Europa.
Il cambio fra Cina e USA non è mai cambiato, così come quello fra USA e Giappone; il rapporto invece con l’Europa è in continua mutazione.
Una volta il cambio era di 1:1 quando è stato introdotto l’euro; poi il dollaro si è apprezzato fino a 0,80 $ per un euro: poi le esportazioni in America sono state favorite quando il cambio si è avvicinato a 1,45 $.
L’Europa vorrebbe ripristinare le esportazioni che avevano una volta verso gli USA; ora le esportazioni verso gli USA dall’Europa sono più difficili.
Obiettivo di mantenere un cambio che possa essere conveniente per la propria economia.
Il fatto che non siano riusciti i Paesi europei a mettere d’accordo su questi temi, significa che l’Europa è debole.
di Andrea Balla
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